di Arrigo Abalti · Maggio 28, 2026
Dai direttori generali delle ULSS ai vertici dell’Area Sanità, fino ai cinque Direttori di Area nominati oggi. Tre atti di uno stesso metodo: Stefani non reinventa, non scarica, non azzera. Sceglie l’esperienza e la fa girare
Metti in fila le tre ondate di nomine che hanno scandito i primi mesi della presidenza Stefani. Il 28 febbraio, i tredici direttori generali delle ULSS, delle aziende ospedaliere universitarie, dell’Istituto Oncologico e di Azienda Zero. Il 17 aprile, Giancarlo Ruscitti alla guida dell’Area Sanità e Sociale. Oggi, i cinque Direttori di Area dell’intera macchina regionale. Tre atti separati nel tempo, un copione unico. E quel copione ha un’alchimia precisa: rotazione nella continuità.
Non è il metodo del presidenzialismo muscolare, che pianta i fedelissimi ai punti nevralgici e manda un segnale di forza. Non è la tabula rasa del nuovo che arriva e azzera tutto. È qualcosa di più sottile, e forse di più profondamente veneto: si tiene chi sa fare, si sposta chi conosce, si richiama chi è già stato. Le caselle cambiano occupanti, ma gli occupanti vengono quasi sempre dallo stesso bacino.
Il grande scacchiere delle ULSS: sei rotazioni su tredici
Il 28 febbraio Stefani ha firmato i decreti di nomina dei tredici vertici sanitari del Veneto. «Come avevamo promesso — ha dichiarato — le nomine sono state varate entro il 28 febbraio». Un impegno rispettato alla lettera, quasi a voler sottolineare che la discontinuità politica si misura sui tempi, non necessariamente sui nomi.
Guardare quella lista con attenzione rivela la meccanica interna. Su tredici aziende, sei nomine riguardano manager già direttori generali di altre ULSS venete: Carlo Bramezza passa dall’Ulss 7 Pedemontana all’Ulss 4 Veneto Orientale; Mauro Filippi lascia l’Ulss 4 per guidare l’Ulss 5 Polesana; Patrizia Benini arriva all’Ulss 6 Euganea provenendo dall’Ulss 9 Scaligera; Paolo Fortuna approda all’Azienda Ospedale Università di Padova dopo aver diretto l’Ulss 6 Euganea; Pietro Girardi prende la guida dell’Ulss 9 Scaligera lasciata dalla Benini, dopo essere stato a sua volta all’Ulss 5; Patrizia Simionato passa all’Istituto Oncologico Veneto dall’Ulss 8 Berica.
È un giro di valzer preciso. Sei manager che si spostano dentro lo stesso sistema, come pezzi su una scacchiera che vengono riposizionati senza uscire dal tavolo. La continuità non è di chi occupa la sedia, ma del sistema che li produce e li riassorbe.
I cinque volti davvero nuovi — Giancarlo Bizzarri all’Ulss 2, Massimo Zuin all’Ulss 3 (già però direttore dei servizi socio-sanitari della stessa azienda), Giovanni Carretta all’Ulss 7 (fino ad allora direttore sanitario dell’Ulss 3), Peter Assembergs all’Ulss 8, Paolo Petralia ad Azienda Universitaria di Verona — sono eccezioni parziali. Zuin e Carretta vengono comunque dal sistema veneto; Assembergs è il solo profilo genuinamente esterno, con esperienze lombarde. Stefani ha chiesto ai nuovi direttori generali «il massimo impegno e soprattutto una forte attenzione ai territori e alla medicina territoriale, all’innovazione tecnologica e all’umanizzazione delle cure». Parole di programma, non di rottura.
La parabola di Ruscitti, specchio di tutto
La storia di Giancarlo Ruscitti vale come caso di scuola per capire l’intera filosofia. Sessantotto anni, romano, medico internista con specifica competenza informatica, è già stato al vertice della sanità veneta dal 2006 al 2010. Quella stagione si era conclusa con l’arrivo di Domenico Mantoan, lo “zar” della lunga stagione zaiana. Era andato via. Aveva girato — Puglia, Friuli Venezia Giulia, Trento. Aveva accumulato esperienza su esperienza. E ora è tornato.
Stefani, nell’annunciare la nomina, ha parlato di “provata esperienza” e di un curriculum “di indubbio valore”, sottolineando che in questa fase di transizione è indispensabile l’esperienza. La parola “transizione” non era casuale: era un’ammissione velata. Il sistema è complesso, non si può permettere scossoni, serve qualcuno che conosca già i corridoi. E Ruscitti quei corridoi li conosce da vent’anni, anche quando li frequentava da fuori.
La successione alla guida della sanità veneta — Mantoan, che aveva lasciato dopo oltre dieci anni per approdare ad Agenas; poi Luciano Flor, scelto come medico dopo un medico; poi Massimo Annicchiarico; poi ancora Ruscitti — è una ruota. Non gira a caso, ma gira. Ogni presidente sceglie il proprio uomo, ma lo sceglie dentro un perimetro di nomi già noti al sistema, già accettati dai poteri intermedi che quella macchina la abitano ogni giorno.
I cinque direttori di area: la stessa logica, scala diversa
Le nomine di oggi replicano lo stesso schema sul piano tecnico e amministrativo. Santo Romano è in Regione dal 1991, dirigente dal 1997 : trent’anni di sistema, confermato. Luca Marchesi è arrivato in Regione nel gennaio 2021 dopo la guida di ARPAV: un passaggio interno al perimetro istituzionale veneto, confermato. Marco D’Elia reggeva già ad interim la Direzione Lavori Pubblici dal 2020: gli viene formalizzato ciò che già gestiva, confermato. Alberto Zannol e Gianluigi Masullo: stessa storia, stesso copione.
Tre ondate di nomine in quattro mesi. Decine di caselle riempite. Un solo metodo riconoscibile.
Il disegno complessivo
Messi in fila, i tre atti raccontano qualcosa di più di una strategia di governo. Raccontano una cultura istituzionale. Il Veneto ha costruito nel tempo un serbatoio di dirigenza tecnica — sanitaria e amministrativa — che è diventato un patrimonio autonomo, quasi indipendente dal colore politico di chi governa. Questo serbatoio non si svuota a ogni cambio di presidenza: si rimescola.
È un punto di forza e un limite insieme. Di forza, perché garantisce competenza accumulata, relazioni consolidate, capacità di gestione immediata senza curve di apprendimento. Di limite, perché un sistema che si autoriproduce tende a replicare anche i propri vizi, le proprie resistenze, le proprie abitudini consolidate.
Il banco di prova di Stefani non è quindi nelle nomine — che sono state, nel complesso, un esercizio ordinato e tempestivo. È in quello che quei direttori faranno con gli indirizzi della nuova Giunta. Se la macchina risponderà con la stessa fluidità con cui ha sempre girato, la scommessa sarà vinta: rotazione nella continuità come intelligenza di governo. Se invece la continuità dei nomi si rivelerà continuità degli schemi, allora si capirà che il Veneto, in fondo, governa sempre se stesso.
Leggere la filigrana, in questo caso, non significa trovare il conflitto nascosto. Significa capire che il vero potere, in una regione complessa come questa, non sta soltanto in chi firma i decreti. Sta anche in chi quei decreti li esegue, ogni giorno, da decenni.



