di Arrigo Abalti · Luglio 1, 2026
Un comunicato stampa congiunto, tre enti, nove poltrone. E una statua invisibile seduta a capotavola, che nessuno ha invitato per iscritto ma che tutti hanno già apparecchiato
Vicenza, 1 luglio. Provincia, Comune e Camera di Commercio hanno fatto la cosa più solenne che la burocrazia italiana sappia fare: hanno emesso un comunicato congiunto. Tre firme, tre loghi, un unico messaggio consegnato con la faccia compiaciuta di chi ha appena varato una riforma epocale: la Fondazione Studi Universitari di Vicenza ha il suo nuovo Consiglio di Amministrazione. Nove nomi, tre per ente, il sipario si alza dopo due mesi di stallo. Guicciardini aveva un nome per tutto questo: lo chiamava il particulare — quell’arte tutta italiana di far coincidere l’interesse pubblico con quello privato, praticata con eleganza dietro la facciata delle istituzioni. Nel comunicato il bene comune è scritto in ogni riga; il particulare si intuisce in ogni nome.
Da Palazzo Trissino, decreto del presidente Andrea Nardin, arrivano Katia Biasiolo (avvocato, area FdI), Domenico Corà (imprenditore cresciuto a pane e Confindustria) e Roberto Valentino (commercialista di area di centrodestra). Dal Comune, firma del sindaco Giacomo Possamai, sbarcano Otello Dalla Rosa (area Calenda ed ex candidato sindaco del centrosinistra sconfitto da Rucco nel 2018, ma anche ad di Armes e manager di successo, Carla Favero e Alessandro Moscatelli,presidente dell’Ordine degli Avvocati di Vicenza. Dalla Camera di Commercio, giunta camerale del presidente Giorgio Xoccato, arrivano Antonio Girardi, storico DG del Centro per la Produttività della Camera, ma anche vicepresidente uscente di FSU, la memoria e la continuità della governance, Ivan Tomasi, confindustriale di Inglesina, ed Emiliano Vettore. Il comunicato, va detto con onestà, non nomina alcun presidente: quello — recita lo statuto — tocca deciderlo ai nove appena nominati. Ma chi conosce la città sa che a Vicenza gli organigrammi si leggono due volte: la prima per quello che dicono, la seconda per quello che tacciono. E quello che tace, questa volta, ha un nome e un soprannome: Giuseppe “Pippo” Zigliotto.
Il fatto che il suo nome non compaia in nessuna riga del comunicato è, semmai, la controprova. Zigliotto non ha bisogno di essere nominato: gli basta essere atteso, come il commendatore di un Don Giovanni che non ha ancora bussato ma di cui si sentono già i passi sulle scale. È il convitato di pietra di questa cena istituzionale: non parla, non firma, non compare nell’elenco dei nove — eppure la tavola è apparecchiata attorno a lui, e ogni sedia, per quanto occupata da altri, sembra tenuta calda in suo onore. Ex presidente di Confindustria Vicenza, ex consigliere d’amministrazione della Banca Popolare di Vicenza, uscito dal crac bancario con due assoluzioni — la seconda confermata in appello, dopo che la Procura aveva chiesto oltre otto anni — Zigliotto porta con sé quella particolare aura di chi ha attraversato il fuoco e ne è uscito con il vestito ancora stirato. È il classico nome su cui una città come Vicenza, che discute di poltrone con la stessa passione con cui altrove si discute di calcio, riesce a costruire settimane di retroscena prima ancora che qualcuno abbia votato qualcosa.
E i nomi scelti, se li si guarda con un minimo di malizia, raccontano già la partita. La Camera di Commercio, che su Zigliotto ha investito credito politico da mesi, manda in consiglio tre fedelissimi dell’area confindustriale. La Provincia, dal canto suo, include Domenico Corà, imprenditore del legno, ex presidente di Confindustria Legno Arredo Veneto e già veterano di questo stesso CdA in una consiliatura precedente — un nome che nell’ambiente viene descritto come particolarmente vicino proprio a Zigliotto, il che rende la mossa della Provincia meno una scelta indipendente e più una controfirma. Resta il Comune, che ha piazzato in pole Otello Dalla Rosa: ex candidato sindaco del centrosinistra, sconfitto nel 2018, poi artefice di uno strappo dal PD con la civica “Per una Grande Vicenza” che gli è valso in città il soprannome di “Calenda vicentino”. Un politico e manager di lungo corso mandato a presidiare un tavolo dove, a quanto pare, tutti sono d’accordo tranne che sulla data in cui ammetterlo pubblicamente. Alessandro Moscatelli è l’altro nome pesante che cala Possamai, il presidente dell’Ordine degli Avvocati, socio di studio del senatore di Forza Italia Pierantonio Zanettin, e lui stesso con un’antica militanza e dirigenza nel movimento di Berlusconi. In un certo senso una scelta controcorrente quella di Possamai, o forse un investimento sul futuro. Moscatelli è in scadenza come presidente dell’Ordine e non può ricandidarsi. Il sindaco gli offre un ruolo.
Il copione, insomma, è quello di sempre: la Camera di Commercio ci mette il nome, la Provincia ci mette la benedizione, il Comune ci mette gli occhi — e forse i popcorn, se è vero quel che si dice sull’atteggiamento attendista di Palazzo Trissino su questo dossier. Statutariamente la partita è aperta: i nove consiglieri dovranno riunirsi, votare, magari sorprendere tutti. Politicamente, però, la fumata è già uscita dal comignolo, e il colore assomiglia parecchio a quello di un signore che il sistema bancario vicentino l’ha già vissuto da protagonista — e ne è uscito pulito.
Anche Frank Underwood, il presidente immaginario di House of Cards, di queste cose se ne intendeva più di tanti trattati di diritto amministrativo: “power is the old stone building that stands for centuries” — il potere è il vecchio edificio di pietra che resiste per secoli, mentre i comunicati stampa, si sa, hanno la durata di una circolare. A Vicenza l’edificio di pietra, per ora, ha ancora l’aria di un cantiere. Ma le fondamenta, quelle, sembrano già gettate.
Nel frattempo il comunicato congiunto chiude con la solita liturgia: i tre soci fondatori “ringraziano il precedente CdA” – quello che hanno cestinato prima di avvisarlo -, parlano di “Vicenza Città Universitaria” – quella che ancora non c’è, ma suona sempre bene, e augurano “buon lavoro alla nuova governance” – e la liturgia è conclusa. Parole sempre giuste, sempre uguali, sempre un po’ più corte del vero comunicato che la città aspetta: quello con scritto, senza perifrasi, chi guiderà la Fondazione. Per ora restano nove nomi, una sedia vuota a capotavola con scritto occupato e un convitato di pietra che non ha ancora bussato — ma di cui, a Vicenza, si sentono già distintamente i passi sulle scale.
Chiosa, per chi non avesse voglia di leggere tra le righe: Confindustria batte politica 2 a 0.
Nota: la componente relativa al nome del futuro presidente riflette dinamiche e indiscrezioni già circolate nella stampa locale vicentina, non un dato ufficiale — la nomina spetta formalmente ai nove consiglieri e non risulta ancora formalizzata.



