Soldati romani in costume storico durante un evento a Vicenza.

I sopravvalutati

di Arrigo Abalti · Luglio 19, 2026

A proposito dei Convitati di pietra e dell’Odissea

 

Una parola che quest’estate torna spesso, tra la bottiglia gialla dello Strega e i tamburi in Imax dell’Odissea è capolavoro. La pronunciano in molti, con la sicurezza di chi ha prenotato l’entusiasmo prima ancora di aprire il libro o di sedersi in sala. Per chi, come noi, è lento, il libro l’ha letto e il film l’ha visto. E adesso ha un problema: il capolavoro non l’ha trovato. Ha trovato due macchine. Perfette, lucidissime, costose. Ma macchine.

Prendiamo  «I Convitati di pietra» di Michele Mari, Strega numero ottanta. L’idea è fulminante: trenta compagni di classe scommettono su chi morirà per ultimo, versano una quota ad ogni cena con l’impegno che i tre sopravvissuti si divideranno il malloppo raccolto nei decenni, e ogni 22 luglio si contano a cena come si contano le monete. Poi però il romanzo fa quello che fanno i congegni: gira. Gira benissimo, con una prosa da orefice, e non tocca mai niente. I personaggi durano una pagina e mezza, giusto il tempo di affezionarsi e di vederli depennati; l’ombra di Agatha Christie è così lunga che a un certo punto verrebbe da chiedere il conto a lei. La critica più onesta l’ha scritta l’autore stesso, la sera della premiazione: non è il mio libro migliore, questo è un premio alla carriera. Applausi alla sincerità. Ma allora la bottiglia andava consegnata alla carriera, magari con trent’anni di ritardo, non a un divertissement scritto in un mese e incoronato — guarda il calendario — proprio nell’anno in cui toccava di nuovo a Einaudi.

Poi c’è l’Odissea di Nolan: duecentocinquanta milioni di dollari per scoprire che il mare è grande e la guerra è brutta. Visivamente si resta a bocca aperta, come davanti a una vetrina di gioielleria in franchising: tutto splende, niente si può toccare, ma l’anima è da qualche altra parte. Forse. Gli dèi sono diventati stati d’animo, il sacro una nota a piè di pagina, e Polifemo ha perso il vino, l’inganno e perfino il «Nessuno», che di Ulisse era il certificato di nascita. Resta un reduce malinconico che subisce le tempeste come noi subiamo le code in tangenziale: con dignità, ma senza astuzia. E l’astuzia, per Ulisse, non era un accessorio. Era il mestiere. Il guaio è che a Itaca sembrano essere sbarcati tutti da Los Angeles: facce troppo americane, troppo glamour, denti troppo perfetti per gente che mastica guerra e salsedine da vent’anni. Anne Hathaway è una Penelope appena uscita da Madison Avenue, che pare attendere lo sposo tra un servizio fotografico e l’altro; e Matt Damon attraversa il Mediterraneo con il carisma di una sedia. Bella, di design, ma una sedia.

Le due opere, a metterle vicine, si somigliano più di quanto sembri. Una rimpicciolisce la morte fino a farne un giochino da tavola, l’altra ingigantisce un mito fino a fargli perdere i lineamenti. Ma il vero tratto comune è un altro, ed è imperdonabile: non emozionano. Non appassionano. Non c’è una pagina dei Convitati che faccia venire il groppo in gola, non c’è un minuto dell’Odissea in cui il cuore acceleri per qualcosa che non sia il volume dei tamburi. Si entra ammirati e si torna a casa vuoti, come da certi pranzi di nozze in cui tutto era impeccabile tranne l’allegria.

Il sospetto è che il problema non siano Mari e Nolan, due fuoriclasse che hanno diritto anche alle mezze giornate. Il problema siamo noi, che abbiamo smesso di distinguere tra ciò che ci stupisce e ciò che ci riguarda. Il congegno stupisce, il racconto riguarda. E quando un’epoca premia i congegni, forse è perché dei racconti — con quello che chiedono: tempo, pazienza, un cuore disposto a farsi male — ha cominciato ad avere paura.

Omero, dicono, era cieco. Vedeva benissimo.

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