di Redazione · Agosto 23, 2026
Il Veneto è l’unica regione del Nord che perde laureati, insieme a Trentino e Friuli
In cinque anni se ne sono andati 11.316 e ne sono rientrati 3.288. Il buco viene coperto quasi tutto dagli 8.445 laureati stranieri arrivati, ma il saldo resta negativo di 671 unità. La Lombardia, nello stesso periodo, ne guadagna oltre novemila. La CGIA indica due cause: il tessuto di piccole imprese e un sistema bancario regionale che si è indebolito
Il Veneto perde laureati e non riesce a rimpiazzarli. Lo dice un’analisi della CGIA di Mestre che fotografa il quinquennio 2019-2024 e arriva a un numero solo: meno 671. È il saldo fra chi se n’è andato e chi è arrivato, e mette il Veneto in una compagnia che da queste parti non piace a nessuno — quella di Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia, le uniche altre regioni del Nord in rosso.
I numeri di cinque anni
Fra il 2019 e il 2024 i laureati veneti che si sono trasferiti all’estero sono stati 11.316, mentre quelli rientrati in Italia sono stati 3.288. È il primo buco, ed è profondo. Il secondo movimento lo riequilibra quasi del tutto: nello stesso periodo sono arrivati in Veneto 8.445 stranieri con almeno una laurea triennale, a fronte di poco più di mille rientrati nel Paese d’origine. Sommando le due partite si arriva al meno 671 finale. Il confronto con le altre regioni del Nord è la parte che fa più impressione. Nello stesso quinquennio la Lombardia registra un saldo positivo di 9.076 unità, l’Emilia Romagna di 3.531. Sopra la linea ci sono anche Lazio e Toscana. Sotto, con il Veneto, soltanto le due regioni a statuto speciale del Nordest.
Perché a Milano sì e qui no
La spiegazione che la CGIA mette nero su bianco non riguarda le università venete, che continuano a laureare. Riguarda chi dovrebbe assumere. Lombardia, Emilia Romagna e Piemonte possono contare su grandi imprese e multinazionali che ai laureati offrono percorsi e retribuzioni; il tessuto produttivo veneto è fatto in prevalenza di micro, piccole e medie imprese che, per dimensione, quelle opportunità le offrono meno. A questo l’associazione ne aggiunge una seconda, meno citata e forse più scomoda: il sistema bancario e assicurativo regionale, che un tempo era forte e attrattivo, oggi si è indebolito. Erano posti di lavoro qualificati e sono in buona parte spariti dal territorio.
La Regione risponde con le borse «di prossimità»
Sul tema è al lavoro un tavolo coordinato dal presidente della Regione Alberto Stefani, che ha già riunito atenei e fondazioni bancarie. «La sfida oggi non è solo attrarre gli studenti, ma trattenerli», ha dichiarato Stefani annunciando l’introduzione di borse di studio «di prossimità», che legherebbero il contributo alla scelta di lavorare in Veneto dopo la laurea. È uno strumento che agisce sull’ultimo passaggio: paga perché uno resti. Resta aperta la domanda che il dossier CGIA solleva a monte, e cioè se ci sia, e dove, il posto di lavoro in cui restare.
Il dato che ridimensiona l’allarme
Va detto, perché altrimenti il quadro è falsato: la fuga di massa non c’è. Nel 2024 i giovani laureati veneti trasferitisi all’estero sono stati l’1,4 per cento del totale, e il saldo negativo di 671 unità va rapportato ai circa 159.500 veneti laureati nella fascia fra i venticinque e i trentaquattro anni. In termini percentuali si parla di frazioni.
Il problema, semmai, è di direzione più che di dimensione. Tutte le regioni del Nord con cui il Veneto si confronta abitualmente hanno il segno più. Il Veneto no. E il confronto, in economia, conta quanto il valore assoluto.




