Il decimale che nessuno difende

di Arrigo Abalti · Agosto 2, 2026

La denatalità è sempre più in emergenza, ma nessuno fa niente

 

Nel Palazzo si aprono crisi per un decimale di deficit. Si convocano vertici notturni, si spostano maggioranze, si telefona a Bruxelles. Per un decimale di fecondità, invece, non si è mai spostata una virgola: 1,14 figli per donna nel 2025, contro l’1,24 di appena tre anni prima e il 2,7 dell’apice del baby boom. Eppure è il secondo decimale, non il primo, quello che decide chi pagherà il debito di cui tanto discutiamo.

I numeri del dossier presentato a Roma dalla Fondazione per la Natalità con l’Istat, sotto il patrocinio dell’Inps, andrebbero letti in sequenza, perché è nella sequenza che stanno la politica e il suo imbarazzo. Nel 2025 sono nati 355mila bambini: minimo storico dall’Unità d’Italia. Nello stesso anno sono morte 652mila persone. Il saldo naturale è negativo per quasi 300mila unità, l’equivalente di una città come Firenze cancellata dalla mappa in dodici mesi. Fatti i conti, ogni giorno in Italia nascono meno di mille bambini e ne muoiono quasi milleottocento. È la contabilità di un Paese che si smonta con ordine, senza clamore e senza un titolo di apertura.

Il paradosso — e qui il dossier diventa un atto d’accusa — sta in due percentuali che si guardano da lontanissimo. Tra chi è in età feconda e non avrà altri figli, il 62% dichiara di aver rinunciato per ostacoli economici, lavorativi o sociali. Solo il 5,5% risponde che i figli non rientrano nel proprio progetto di vita. Non siamo dunque un popolo che ha smesso di volere figli: siamo un popolo che ha smesso di potersene permettere. La prova sta in una cifra che dovrebbe togliere il sonno a chi governa: se le intenzioni di fecondità dichiarate dalle italiane si fossero realizzate, nel 2025 sarebbero nati 760mila bambini. Più del doppio. Quel differenziale — 405mila culle mancanti, in un solo anno — non è un dato demografico. È la misura contabile di una promessa non mantenuta.

Il resto dell’inventario spiega perché. Quasi tre milioni di italiani indicano nelle difficoltà economiche e lavorative il primo ostacolo alla scelta di avere figli. Una donna su due, il 49%, teme conseguenze sulla carriera: sospetto ragionevole, in un Paese dove il welfare familiare è scaricato su spalle femminili, con oltre tre milioni di donne impegnate a tempo pieno nella cura. E dove la cosiddetta generazione sandwich — schiacciata tra l’assistenza ai figli e quella ai genitori — sottrae altre 763mila persone. Sono, sommate, quasi quattro milioni di vite organizzate attorno a un vuoto di servizi pubblici. Chiamarlo «modello mediterraneo» è stato per anni un modo elegante per non chiamarlo risparmio di bilancio.

Poi c’è l’aritmetica elettorale, che nel Palazzo nessuno pronuncia ad alta voce ma che tutti sanno leggere a memoria. L’aspettativa di vita è salita a 83,4 anni — un successo, non un problema — ma la piramide si è capovolta: nel 2050, avverte l’Istat, ogni cento ragazzi fino a quattordici anni ci saranno circa trecento over 65. Tre a uno. Il baricentro del consenso ha già traslocato, e nessuna legge di bilancio lo ignora: le pensioni si difendono, i nidi si promettono. Chi non è ancora nato voterà, nell’ipotesi migliore, tra diciotto anni. Un’eternità, per chi misura il tempo in tornate amministrative e sondaggi settimanali. Aggiungete che un governo ragiona su cinque anni e la demografia su venticinque, e avrete la ragione per cui ogni maggioranza — di destra, di sinistra, tecnica — annuncia il piano choc sulla natalità nei primi cento giorni e lo ritrova ingiallito nell’ultima manovra. Nessun premier taglierà mai il nastro dell’inversione di tendenza: lo taglierà, semmai, il suo terzo successore.

Va riconosciuto ciò che si è mosso, e senza tifoserie: l’assegno unico universale ha erogato nel 2025 quasi venti miliardi — 19,8, per la precisione — con un tasso di accesso al 95%, ed è forse l’unica politica davvero bipartisan dell’ultimo decennio, nata sotto un esecutivo e proseguita sotto un altro di segno opposto. Il rafforzamento dei congedi di paternità va nella stessa direzione. Ma è un mattone, non un edificio, e lo ammette l’Inps stessa: da soli, gli aiuti economici non determinano la scelta di avere un figlio; a determinarla è sapere che lo Stato ci sarà lungo tutto il percorso di crescita. Che è il modo istituzionale per dire che casa, servizi e sicurezza del lavoro continuano a mancare all’appello.

Il conto, del resto, è già in tavola. Il 22,3% delle famiglie con tre o più minori vive in povertà assoluta; tra i nuclei monogenitoriali con figli si arriva al 36,3%; un milione e ottocentomila bambini sono già oggi in quella condizione. Non è la natalità a generare povertà, come si ripete con disinvoltura nei convegni: sono l’insicurezza del lavoro, i redditi insufficienti, la casa irraggiungibile e la penalizzazione professionale delle madri a generare la rinuncia. L’ordine dei fattori, qui, cambia clamorosamente il risultato. E il confronto europeo toglie l’ultimo alibi culturale: la Francia sta a 1,6, e non perché le francesi amino i bambini più delle italiane. L’esercizio lo ha fatto l’Istat: applicando il tasso francese alle donne italiane in età fertile si supererebbero i 355mila nati, ma si resterebbe comunque bassi, perché nel frattempo la platea delle potenziali madri si è ristretta. Tradotto: anche invertendo domani la rotta, il riequilibrio richiederebbe decenni. Ogni anno perso è un anno che si moltiplica.

Resta la dimensione culturale, che i numeri non catturano ma spiegano. All’Unità d’Italia il riferimento erano cinque figli; nel 1964, l’anno del picco, ne nacquero oltre un milione con una fecondità di 2,7; nel dopoguerra il modello si assestò sul due, quando bastava uno stipendio per formare una famiglia e la mobilità sociale era ancora una promessa credibile. Oggi la soglia mentale non è più il due, e nemmeno l’uno: è lo zero. Le nuove generazioni non accettano più la genitorialità come norma sociale a cui conformarsi, la vogliono come arricchimento dentro un percorso di realizzazione. È una conquista, non una patologia. Diventa però sterilità collettiva quando si somma all’idea — martellata da una narrazione pubblica che si nutre di declino — di essere la prima generazione destinata a vivere peggio dei propri genitori. Chi non crede che il proprio Paese possa migliorare, difficilmente gli consegna un figlio.

A novembre la sesta edizione degli Stati generali della Natalità chiederà l’ennesima alleanza tra governo e opposizione, imprese, sindacati, Terzo settore. Sarà una bella giornata, con applausi trasversali e la fotografia di rito. Poi ciascuno tornerà al proprio calendario. Perché in Italia le emergenze si affrontano quando producono immagini: una barca, un ponte, uno spread. La denatalità non ne produce nessuna. I 405mila bambini che non sono nati quest’anno non protestano, non scioperano, non riempiono le piazze e non riempiono le urne. È l’unica emergenza silenziosa. Ed è esattamente per questo che rischia di essere l’ultima a cui qualcuno risponderà.

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