La culla e il calendario

di Redazione · Agosto 29, 2026

Le nuove forme di previdenza partono dalla crisi della natalità

 

Il governo studia un fondo previdenziale per i nuovi nati, e la ministra del Lavoro Marina Calderone ha fatto sapere che potrebbe entrare nella prossima manovra. Prima del merito conviene guardare il metodo, perché dice già qualcosa. L’annuncio arriva a fine agosto senza cifre, senza un soggetto che lo gestisca e senza risposta alla domanda più semplice di tutte: chi ci mette i soldi, e quanti. È un’idea, non un provvedimento. Che venga fuori adesso, alla vigilia della sessione di bilancio più stretta della legislatura, dice soprattutto che serve a occupare uno spazio.

Il merito però c’è, e non è poca cosa. Sul tavolo ci sono tre modelli, e non sono la stessa cosa. Gli Stati Uniti hanno scelto il versamento una tantum, mille dollari per ogni bambino nato tra il 2025 e il 2028. La Germania ha scelto il flusso: dieci euro al mese dai sei ai diciotto anni, vincolati fino alla pensione. Il Regno Unito aveva provato la prima strada e l’ha abbandonata, il Child Trust Fund è stato chiuso nel 2011 e oggi resta solo il canale privato. Chi propone la misura cita volentieri Washington e Berlino. Londra molto meno, e Londra è il caso da studiare, perché è quello in cui la cosa ha smesso di funzionare.

La differenza tra i tre modelli non è tecnica, è politica, e riguarda cosa lo Stato decide di essere in questa partita. Il contributo una tantum è un gesto: si paga una volta, si annuncia una volta, produce una fotografia. Il versamento mensile è un impegno che entra in bilancio ogni anno per dodici anni e lega le mani ai governi che verranno. In Italia la scelta non è ancora stata fatta, ed è esattamente lì che si capirà se questa misura è seria o se è un titolo.

C’è poi un dato di casa nostra che nel dibattito compare poco e vale più di tutti i confronti esteri. Il Trentino-Alto Adige dal 2020 riconosce fino a 1.100 euro nei primi cinque anni di vita per iscrivere i nuovi nati alla previdenza complementare, e a maggio l’adesione aveva raggiunto circa il quaranta per cento. È il numero che dovrebbe orientare il ragionamento romano, e non lo sta orientando. Dimostra due cose insieme: che la misura funziona, perché cambia il comportamento delle famiglie, e che sei famiglie su dieci restano comunque fuori. Nella previdenza chi resta fuori è quasi sempre chi ne avrebbe più bisogno.

Qui sta l’obiezione tecnica più solida, la stessa che gli osservatori ripetono da mesi. Il rischio è che il contributo pubblico resti l’unico versamento mai fatto su quel conto. Un fondo aperto alla nascita e poi dimenticato non costruisce una pensione: costruisce una posizione simbolica, che nel momento del bisogno non serve a niente. Il che sposta il problema dal fondo agli incentivi fiscali che dovrebbero tenerlo vivo, e su quelli il governo non ha ancora detto una parola.

Resta l’obiezione politica, e va detta per intero perché è la più seria. Questa misura interviene sulla pensione di chi è già nato, non sulle ragioni per cui in Italia si nasce sempre meno. In Veneto le nascite sono poco più di trentamila l’anno e nessun fondo previdenziale corregge quel numero. Mettere risorse qui invece che sui nidi e sui servizi è una scelta legittima, ma è una scelta e andrebbe argomentata. Finora nessuno l’ha fatto.

Un’ultima annotazione riguarda noi, ed è una questione di calendario. Martedì il Consiglio regionale del Veneto è chiamato a ratificare le intese sull’autonomia differenziata, e tra le materie che quelle intese portano qui c’è la previdenza complementare e integrativa. Se la ratifica passa, la Regione avrà in mano lo strumento per fare ciò che il Trentino fa dal 2020 grazie al proprio statuto. La domanda che spetta ai consiglieri, e che per ora non ha fatto nessuno, è se abbiano intenzione di usarlo. L’autonomia è stata difesa per anni come questione di principio. Da qui in avanti verrà giudicata su cosa ci si fa, e questa è la prima occasione per una risposta che si può verificare.

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