Lo sgancio rapido

di Arrigo Abalti · Settembre 23, 2026

Campagnolo conferma novanta licenziamenti a fine anno, tre settimane dopo l’ingresso di un socio legato a Ivan Glasenberg. La ruota gira ancora, ma a Vicenza qualcuno scende

Una salita, il gelo di fine stagione, un corridore vicentino che non riesce a svitare i galletti della ruota con le dita intirizzite. Da quella rabbia, così racconta la storia dell’azienda, Tullio Campagnolo tirò fuori lo sgancio rapido: una leva, mezzo giro, e la ruota viene via. E poi la leggenda, per noi boomer il cambio della bicicletta era solo Campagnolo, altrimenti eri uno sfigato.

Quasi un secolo dopo la leva funziona ancora. Solo che adesso a venire via sono le persone.

Ieri, al tavolo di Veneto Lavoro, l’azienda ha confermato novanta licenziamenti per quando scadranno i contratti di solidarietà, il 31 dicembre. In fabbrica lavorano in duecentocinquantanove. Altri trenta se ne sono andati da soli nel corso dell’anno, senza aspettare la lettera.

Il paradosso sta nel calendario. Il primo settembre la famiglia aveva annunciato un nuovo socio di minoranza, una holding svizzera legata a Ivan Glasenberg, l’uomo che ha guidato Glencore e che nel ciclismo possiede già Pinarello. Tre settimane dopo gli esuberi sono ancora lì. Arrivano i capitali e intanto si alleggerisce il telaio.

Il mercato della bici di pregio, finita l’euforia della pandemia, si è fatto stretto per tutti, e nessuno può chiedere a un’azienda di non accorgersene. Ma chi lavora nello stabilimento vicentino non monta bilanci: monta cambi, mozzi, ruote. Ogni pezzo porta un nome che il mondo associa a Vicenza più di quanto, a volte, se ne ricordi Vicenza.

La Regione sceglie la mediazione, la Fiom parla di decisione gravissima, il prossimo incontro è fissato per l’11 novembre. Tra un vertice e l’altro, novanta famiglie contano i mesi.

Perché lo sgancio rapido era stato inventato per non perdere la corsa: si cambia la ruota e si riparte con il corridore ancora in sella. Quando a restare a terra è chi pedala, non si chiama più innovazione. Si chiama resa.

Arrigo Abalti

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