La toga di nessuno

di Arrigo Abalti · Settembre 18, 2026

Il comitato Liberi Subito scrive all’ex sindaco di Vicenza Francesco Rucco, che aveva sottoscritto la proposta popolare sul fine vita e in Consiglio regionale ha votato no. La lettera argomenta, cita la Costituzione e la Consulta — e poi, in fondo, smette di discutere il voto e stabilisce il movente. È lì che finisce il dibattito e comincia un tribunale che nessuno ha istituito.

 

Senza dubbio. Due parole che in una lettera fanno sempre lo stesso mestiere: annunciano che sta per arrivare qualcosa di cui chi scrive non ha alcuna prova. Qui arriva questo, nero su bianco in un testo pubblico: che certe prese di posizione «devono aver “pesato” essenzialmente sulla Sua carriera politica». Non è un’ipotesi né una domanda. È una perizia sull’anima di un uomo, redatta senza averlo mai auscultato.

I fatti stanno in quattro righe. Il 2 settembre il Consiglio regionale del Veneto ha approvato la legge popolare «Liberi subito» — trentadue sì, quattordici no, quattro astenuti — nata da novemila firme raccolte ai banchetti dall’Associazione Coscioni. Tra quelle adesioni, ricorda il comitato Liberi Subito Veneto in una lettera, c’era anche quella dell’allora sindaco di Vicenza Francesco Rucco, oggi vicepresidente vicario del Consiglio regionale, che il 2 settembre ha votato no.

Va detta subito la cosa che rende il caso interessante invece che banale: quella lettera non è uno slogan. Per tre quarti è un argomento serio, di quelli che meritano risposta. Chiede da quanti anni si debba «solo parlare» di fine vita, rimanda al primo comma dell’articolo 13 della Costituzione — la libertà personale è inviolabile — e invita a rileggere la sentenza 242 del 2019 della Consulta insieme al testo approvato. Chi scrive sa di che cosa parla, e discute il merito.

Poi, all’ultimo paragrafo, il merito finisce: «Noi riteniamo, invece, che il Suo voto, legittimo come ogni altro, sia solo un voto di partito e non di coscienza». Si guardi il passaggio: non si dice che il voto è sbagliato, si dice che cosa c’era nella testa di chi l’ha espresso. Tre quarti di istruttoria, e in fondo una sentenza che non riguarda l’atto ma l’uomo.

Facciamo allora un esperimento che non costa niente. Si prenda un consigliere, magari di sinistra, che quella proposta l’aveva guardata con sospetto e che il 2 settembre ha votato sì. Che cosa avremmo letto? Che ha ascoltato, che ha avuto coraggio, che ha messo la coscienza davanti alla disciplina. Nessuno sarebbe andato a frugargli nel movente.

Stesso identico movimento — un uomo che lungo la strada cambia idea — fatto compiere a un amministratore di centrodestra, e per di più nella direzione sbagliata. Improvvisamente il ripensamento non è più un pensiero: è una manovra. Non si discute che cosa ha detto, si stabilisce perché lo ha detto, e il vocabolario è già pronto: gli ordini di scuderia, la carriera, la disciplina. Il paradosso è tutto qui: la stessa azione ha due prezzi, e il prezzo non dipende dal movimento ma dalla direzione.

Il punto è che, a costoro, nessuno ha dato la toga. Sindacare un voto è sacrosanto — è un atto pubblico, produce effetti, sta in un verbale, si contesta parola per parola, ed è esattamente ciò che quella lettera fa per tre quarti. L’intenzione no. Il diritto romano aveva su questo una modestia che oggi fa impressione, de internis non iudicat praetor, il pretore non giudica ciò che un uomo pensa: e il pretore, almeno, un titolo ce l’aveva. Nella stessa direzione va l’articolo 67 della Costituzione, che scioglie l’eletto da ogni vincolo di mandato — non è il portavoce di chi lo ha votato, né di chi gli ha messo davanti un modulo a un banchetto. Una firma raccolta per far entrare un tema nel dibattito non è una cambiale.

C’è un’ultima piega, che segnaliamo senza malizia. La lettera scrive che «la vera arroganza è di chi nega ad altri la libertà di scelta», e sul merito della legge è un argomento forte. Ma quando si arriva alla coscienza di chi ha votato in un altro modo, quella libertà di scelta si restringe di colpo: lì la risposta la sappiamo già noi, senza dubbio.

Il cinema aveva capito tutto quasi settant’anni fa. In La parola ai giurati il giurato numero otto resta solo contro undici e alla fine li convince uno per uno. Il punto non è che avesse ragione: è che nessuno, in quella stanza, gli contesta il diritto di pensare da sé. Gli chiedono di argomentare, e lui argomenta. Era una giuria vera, con una porta, delle regole e un imputato avvisato.

Perché un tribunale che processa le intenzioni non è severo: è comodo. Giudicare un atto costa fatica — bisogna leggerlo, capirlo, smontarlo pezzo per pezzo, ed è la fatica che quella lettera per tre quarti aveva fatto. Giudicare un’intenzione non costa niente, perché la sentenza ce l’hai già addosso prima di entrare. Ed è per questo che quella toga non è di nessuno: nessuno se l’è mai dovuta meritare.

 

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