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di Arrigo Abalti · Ottobre 25, 2026
Al congresso della Lega Luca Zaia inciampa sulla frase di Blair, ripete il repertorio del federalismo e chiede agli sconfitti di dire «è il mio segretario». L’unico che poteva fare il padre ha scelto di restare figlio
Che cosa ha detto davvero ieri Luca Zaia dal palco del congresso della Lega? Niente che non avesse già detto, e da questo conviene partire.
Poteva essere il discorso dell’alternativa. Zaia è il leghista che prende più preferenze, l’uomo di cui da mesi si dice «e se fosse lui». È salito sul palco da leader ed è sceso notaio.
Il discorso funziona come un carillon. Si gira la chiavetta e parte la melodia che il cilindro conosce a memoria: il Paese «lungo e stretto», i «mille campanili», i «tromboni» che hanno tenuto il Sud a cavezza, il residuo fiscale che apre ospedali e asfalta strade in giro per l’Italia, gli anni in cui «ci dicevano razzisti, poi secessionisti». A ogni giro, puntuale come la ballerina che ruota sul coperchio, arriva un «ricordatelo», un «gonfiando il petto», un «visto?», e la sala sa che lì deve applaudire. E la nostalgia funziona sempre.
A un certo punto il cilindro incontra un punto senza dentino. Zaia vuole dimostrare che la Lega è «l’unico partito Labour che esiste ancora» e chiama in soccorso Tony Blair. La frase non arriva. «Non mi viene più», dice, «ma mi verrà». Non verrà, e nemmeno Mi ritorni in mente la riporta indietro. Viene il sospetto che non sia un caso, se il carillon salta proprio l’unica nota che nessuno ci aveva inciso sopra in trent’anni.
Anche Bossi, nominato due volte, esce dallo stesso meccanismo. Un’eredità bisognerebbe riconquistarla, e qui invece la si carica a molla: il Bossi che arriva dal palco suona sempre la stessa canzone, e nessuno prova a cambiarle una nota.
Il vero contenuto del discorso sta nel finale. Zaia chiede trenta secondi e si augura che chi perderà riconosca il vincitore, poi si corregge da solo: «No, chi ha vinto non può dire il mio».
Qui vale la pena ascoltare i verbi. Quando Zaia spera, lo fa all’indicativo: «spero che chi avrà perso dirà: lui è il mio segretario». Il congiuntivo serve a dire ciò che potrebbe andare altrimenti, l’indicativo registra i fatti, e così la speranza diventa un verbale. L’esito del voto non c’è ancora, ma la resa sì, preventiva, firmata dall’unico che avrebbe potuto non firmarla. Lo stesso succede quando parla del Nord: la questione settentrionale, dice, «doveva» essere un pilastro del governo. Avrebbe potuto dire deve, o almeno dovrebbe. Ha scelto l’imperfetto, il tempo delle cose che non sono andate come si sperava.
Ci sono figli che non uccidono il padre e non lo ignorano: aspettano che torni. Zaia ha fatto qualcosa di più raffinato, perché il padre che aspettava ce l’aveva davanti, in prima fila, e gli ha consegnato la sala. In cambio, si dice, gli verrà offerto un posto nella nuova segreteria politica. Lui risponde di non aver mai rincorso incarichi, di essere «un militante».
Il paradosso è tutto qui: chiede l’autonomia per il Veneto e la nega a se stesso quando ne avrebbe l’occasione.
Goffredo Parise aveva progettato un sillabario della vita dalla A alla Z, una parola per racconto. Si fermò alla S e lo spiegò in due righe: «nonostante i programmi, la poesia mi ha abbandonato; e a questa lettera ho dovuto fermarmi». Il sillabario di Zaia arriva fino allo stesso punto. A come autonomia, B come Bossi, F come federalismo, N come Nord. Alla S si ferma, e la S di Salvini ieri a Milano sedeva in prima fila.
La frase di Blair non è più tornata. Era l’unica che il carillon avrebbe dovuto suonare al congiuntivo.



