Ascolta l'articolo · 6 min
di Arrigo Abalti · Ottobre 31, 2026
Al congresso di Milano i delegati veneti hanno pesato sulla riconferma di Salvini. Secondo una fonte di via Bellerio, Luca Zaia avrebbe lasciato all’ultimo il fronte dei governatori del Nord in cambio di un ruolo da protagonista nella campagna per le Politiche, mentre il ripensamento tentato in extremis da Fontana sarebbe rimasto senza risposta
Milano, Allianz MiCo, domenica 25 ottobre. Lorenzo Fontana dà il via alle urne del congresso straordinario, i delegati votano a scrutinio segreto e quando lo spoglio finisce il tabellone dice 465 a 146. Matteo Salvini resta segretario per la quarta volta, fino al 2030. Massimo Garavaglia, che si era candidato come interprete del Nord, si ferma sotto un quarto dei voti.
I numeri li hanno dati tutti. Come ci si è arrivati, molto meno, e la strada passa dal Veneto.
Un dolce che non si è rappreso
La bavarese è un dolce di pazienza. Panna, uova, latte, gelatina: per stare in piedi ha bisogno di freddo e di ore di frigorifero. Se la si sforma troppo presto, collassa nel piatto.
Per mesi il fronte dei governatori del Nord è sembrato una bavarese in preparazione. Luca Zaia, Attilio Fontana, Massimiliano Fedriga, Maurizio Fugatti: la Lega alla bavarese, un partito del territorio sul modello della Csu, alleato a Roma ma padrone in casa propria. A giugno, alla vigilia della convention di Treviso, chiedevano il congresso straordinario e il ritorno alla Lega dei territori. A ottobre Garavaglia raccoglieva le firme per sfidare il segretario, con Fontana e Massimiliano Romeo al suo fianco. Fedriga e Fugatti chiedevano più attenzione al Nord senza sottoscrivere la candidatura. E Zaia restava neutrale, almeno sulla carta.
Poi la gelatina ha ceduto. Secondo una fonte di via Bellerio, all’ultimo momento l’ex presidente del Veneto avrebbe scaricato il fronte dei governatori per chiudere un accordo con Salvini, con lo sguardo già alle Politiche: Zaia si sarebbe impegnato a fare campagna elettorale in prima persona in tutta Italia per la nuova Lega, federale e nazionale insieme, battezzata a Milano.
Anche le cronache del congresso portano lì. Come ha riferito il Giorno, a invitare Zaia a «metterci la faccia» sarebbe stato sabato Claudio Durigon, e nella riconferma del segretario è risultato decisivo proprio l’asse tra i due: il laziale Durigon a garantire i voti del centro-sud, il trevigiano Zaia quelli dei delegati veneti. Domenica, dal palco, Salvini lo ha ringraziato così: «Luca Zaia sicuramente darà una mano nei prossimi mesi». Poi l’invito a entrare nella segreteria politica. Lui, per ora, prende tempo.
«Senza il voto del Veneto su Salvini sarebbe stato un altro congresso e la vittoria del segretario non sarebbe stata così netta», dice la nostra fonte. I delegati veneti erano centosei. Se fossero finiti tutti dall’altra parte, Salvini avrebbe vinto lo stesso, ma con un margine che avrebbe aperto un’altra discussione, e domenica sera nessuno avrebbe parlato di plebiscito.
Chi è rimasto in cucina
Gli altri, intanto, restavano ai fornelli con la panna montata in mano. Attilio Fontana, secondo la stessa fonte, avrebbe tentato un dietrofront all’ultimo momento, senza mai ricevere risposta. Fedriga, sabato, era alla cresima del figlio e domenica alla festa delle Regioni a Firenze. Fugatti resta all’angolo, con una mozione sul Nord «motore del cambiamento» approvata e firmata da tutti, Zaia compreso, che a questo punto somiglia più a un ricettario lasciato sul tavolo che a un piatto servito.
Il nuovo simbolo si chiama Lega Italia federale, ripescato da una prima pagina del 1994 con la proposta di Umberto Bossi. Federale c’è ancora, ma Italia è scritta in grassetto e in giallo, proprio sotto Alberto da Giussano. Zaia dice di vederci l’auspicio al federalismo. È vero: c’è. Come il basilico sull’amatriciana, a chi lo vuole mettere.
Il ricettario di Forlimpopoli
Piero Camporesi, curando nel 1970 l’edizione Einaudi di Pellegrino Artusi, scrisse che La Scienza in cucina ha fatto per l’unificazione nazionale più di quanto non siano riusciti a fare i Promessi sposi. Manzoni, lombardo, battuto da un romagnolo con un manuale di ricette: è la stessa sorte toccata domenica al fronte del Nord, che aveva le tesi e ha perso contro chi aveva il menu.
E Zaia, in questa storia, ricorda un po’ il Nando Mericoni di Alberto Sordi in Un americano a Roma: sogna Kansas City, mastica l’inglese, disprezza la cucina di casa, e alla fine si arrende davanti al piatto di maccheroni. Solo che qui l’America era la Baviera, e il piatto arriva da Amatrice ed è diventato uno dei simboli della cucina della Capitale.
Per quindici anni i veneti hanno votato Zaia come il cuoco dell’autonomia, quello che la ricetta della Lega dei territori la conosceva a memoria, e un accordo di congresso non cancella quel mandato. Artusi l’Italia l’ha unita raccogliendo le ricette delle case, una per una, senza toglierne nessuna dal menu. Resta da capire se nel nuovo ricettario di via Bellerio ci sarà ancora una pagina per il Veneto, o se l’autonomia farà la fine della bavarese: tante ore in frigorifero, e in tavola non ci è mai arrivata.


