di Arrigo Abalti · Marzo 9, 2025
Se c’è una cosa che questa amministrazione sa fare bene in questo momento, è galleggiare. Peccato che lo faccia nel modo sbagliato: tra spiegazioni fumose, silenzi imbarazzati e un patrimonio culturale lasciato a mollo, letteralmente. L’allagamento dell’Ala Roi di Palazzo Chiericati – con una tela seicentesca danneggiata e sale museali trasformate in piscine – non è solo un incidente: è il simbolo di una giunta che, a quanto pare, in alcuni settori, naviga a vista e senza bussola.
La ricostruzione ufficiale del Comune sembra un copione scritto male: l’allarme scatta alle 4:10, la vigilanza viene avvisata, ma nessuno si muove. Passano 27 minuti – un’eternità, quando c’è un impianto termico rotto che vomita acqua su opere d’arte – prima che qualcuno si degni di controllare. E l’allarme sonoro? Quello arriva alle 9:23, cinque ore dopo, come un tardivo “ops” di chi si è accorto troppo tardi di aver dimenticato il rubinetto aperto. Ma in quelle cinque ore, cosa è successo? Silenzio. O meglio, un gorgoglio di risposte confuse che comunque non arrivano.
E poi c’è la chicca: dal 2019 la vigilanza non ha nemmeno le chiavi per entrare al Chiericati in caso di emergenza. Le dovrebbe avere il dirigente dei Musei, almeno così era ai tempi di Rucco sindaco. E adesso? Sembra non si possa sapere. Roba da far cadere le braccia, se non fossero già impegnate a nuotare tra le falle di questa gestione.
La Cultura ora ammette che il sistema va rivisto, ma viene da chiedersi: ci voleva un’alluvione interna per accorgersi che qualcosa non funzionava? Chi ha deciso di lasciare un museo così prezioso in balia di un’organizzazione tanto approssimativa? E soprattutto, chi aveva le chiavi? L’assessore Fantin, interpellata, tace. Forse sta ancora cercando di svuotare l’acqua con un cucchiaino. E la sua performance a Prima Serata, il talk show di TVA, di venerdì scorso è stata sconfortante nonostante l’ottimo Tiziano Bullato che, per eleganza, non ha voluto infierire. Ma con un giornalista d’assalto non ne sarebbe uscita viva.
Tuttavia il vero mistero è nella catena di comando. Una volta c’era un dirigente reperibile, con le chiavi in tasca, pronto a intervenire. Oggi? Boh. O il protocollo è cambiato e nessuno ce l’ha detto, o il dirigente non ha risposto, o – peggio – nessuno l’ha chiamato. In una delle tre buste dovrebbe esserci la risposta, ma quale? Ilaria Fantin, anziché chiarire, si trincera dietro un “era così anche prima”. Scusa che non regge: dopo due anni al timone, non puoi scaricare la colpa su chi c’era prima se non hai fatto nulla per aggiustare la barca che perde. Ma Siotto – chi c’era prima – dichiara che il dirigente aveva la reperibilità ai suoi tempi e racconta – sempre a TVA – un aneddoto sull’Olimpico in cui buttarono giù dal letto di notte il povero Mauro Passarin che corse con le chiavi ad aprire il teatro coperto più antico del mondo perché era suonato l’allarme.
I nodi critici sono lì, evidenti come una pozzanghera in mezzo al salotto: allarmi ignorati, vigilanza senza strumenti, manutenzione dimenticata. La centrale del museo segnalava anomalie da tempo, ma nessuno ha mosso un dito. Perché? Chi doveva intervenire e non l’ha fatto? E soprattutto, perché l’amministrazione tratta il patrimonio di Vicenza come un soprammobile da spolverare ogni tanto, quando si ricorda?
La verità è che la Cultura fa acqua: non solo nei tubi di Palazzo Chiericati, ma nella trasparenza, nella responsabilità, nella capacità di gestire una città che merita più rispetto e più verità. Servono risposte, non secchi per raccogliere le scuse.
E se il Consiglio comunale sarà il luogo per pretenderle, che sia una seduta con i piedi ben piantati a terra – e non a mollo.



