di Arrigo Abalti · Aprile 6, 2025
Il paradosso veneto: conti in ordine, liste d’attesa fuori controllo
Il ministro Schillaci accusa:« I fondi ci sono, ma non si spendono”. Un miliardo e mezzo di investimenti in Italia. La Regione tiene fermi 24 milioni. E le opposizioni non li vedono
C’è un paradosso che infesta la sanità veneta, un controsenso che ha il sapore dell’osceno: mentre le liste d’attesa si allungano fino all’assurdo, la Regione tiene nel cassetto 24 milioni di euro destinati proprio ad accorciarle. Ventiquattro milioni fermi, immobili, non spesi. Come se il dolore potesse aspettare, come se il cancro concedesse proroghe amministrative.
Chiamiamolo col suo nome: è uno scandalo etico prima ancora che amministrativo. Perché avere i conti in ordine mentre i cittadini esplodono di rabbia nei pronto soccorso – come accaduto a Borgo Trento, dove la disperazione ha trasformato pazienti esasperati dalle attese infinite in aggressori violenti – non è virtù, è inaccettabile negligenza istituzionale.
Il ministro Schillaci lo ha detto con il linguaggio della diplomazia romana, ma il messaggio era brutalmente chiaro: “Non venite a chiedere soldi se non sapete spendere quelli che avete”. Un rimprovero inedito dal governo ai suoi stessi governatori, in particolare a quel modello veneto che si vanta della propria efficienza mentre il disagio sociale monta fino a deflagrare in violenza.
Almeno le regioni del Sud, tanto bistrattate nei salotti del Nord produttivo, hanno la “scusa” dei bilanci in passivo. Qui invece siamo di fronte al paradosso dei paradossi: un tesoretto sanitario che viene custodito come reliquia mentre i veneti impazziscono d’attesa fino a scagliarsi contro il personale sanitario. Un risparmio che genera non solo sofferenza, ma anche pericolo pubblico.
L’assessore Lanzarin tace. La titolare della sanità veneta, solitamente così pronta a elencare successi e primati, diventa improvvisamente afasica quando si tratta di spiegare questa immorale contraddizione. Come può dormire sonni tranquilli sapendo che ci sono 24 milioni non spesi mentre a Borgo Trento si consumano scene da Far West per colpa di attese disumane?
Il ministro ha messo le carte in tavola: vuole trasparenza, vuole verifiche. Ma la domanda vera è un’altra: dov’è finita l’etica pubblica? Quando la frustrazione dei cittadini si trasforma in violenza, il fallimento non è solo gestionale, è morale.
E le opposizioni? Silenzio complice, assordante. Come se la sanità, tema che esplode letteralmente nei pronto soccorso, fosse territorio neutro, zona franca dove la politica abdica al suo ruolo essenziale. Destra e sinistra, anziché battersi si sfiorano. Senza mai toccarsi, ingentiliti dalla pax veneziana. Ma un’opposizione che non sa leggere i bilanci, che non si accorge di 24 milioni non spesi e che invece che studiare gli atti, trova gli argomenti dopo aver letto i titoli dei giornali è colpevole tanto quanto la maggioranza che governa.
È Rocky che prende a borsettate Apollo Creed.
E siamo di fronte ad un altro paradosso, perché un’opposizione incisiva e preparata costringe la maggioranza a dare il meglio di sé. È il valore più nobile della democrazia, si diceva prima del leaderismo della Terza Repubblica.
Ma tornando al tema di oggi, la domanda è semplice, quasi provocatoria: ha senso vantarsi di un bilancio con l’avanzo di 24 milioni mentre i pazienti perdono il controllo? Ha senso celebrare i conti in ordine quando gli ospedali diventano luoghi di scontro sociale?
Mentre la Lanzarin si trincera dietro il silenzio, fa spallucce, i burocrati si palleggiano le responsabilità, i politici si nascondono dietro i tecnici e la contabilità trionfa sulla cura, i veneti passano dalla pazienza alla rabbia. E le aggressioni a Borgo Trento sono solo la punta dell’iceberg di un malessere che cova sotto la patina dell’efficienza contabile veneta.
Come direbbe un grande appassionato di paradossi come Beckett: “Non succede niente, nessuno viene, nessuno va, è terribile“. Ma questo non è il teatro dell’assurdo. È l’immoralità contabile della sanità veneta del 2025, dove il dio Bilancio divora i suoi stessi figli. E i cittadini, abbandonati nell’attesa, si divorano tra loro.



