di Arrigo Abalti · Maggio 30, 2025
Dal Festival di Trento arriva l’agenda per chi governerà il Veneto. E non c’è più tempo per l’improvvisazione
C’era una volta il modello veneto. Quello vero, che portò Luca Zaia al trionfo elettorale del 2020: 76% dei consensi grazie alla gestione della pandemia e al prestigio di una sanità che funzionava davvero. Poi? Poi invece di fare l’upgrade per rilanciare e aumentare il primato, la politica veneta ha iniziato una serie Netflix sul racconto dell’eccellenza. Peccato che le serie TV non curino i pazienti.
Dal Festival dell’Economia di Trento arriva però una buona notizia: la cassetta degli attrezzi per ricostruire davvero è pronta. Americo Cicchetti, il capo della Programmazione del Ministero della Salute, ha spiegato come «salvare» il Sistema Sanitario Nazionale con riforme concrete, non con narrazioni di comodo. Una lezione che la politica veneta dovrebbe stampare e incorniciare, soprattutto chi si candida a succedere all’assessore Manuela Lanzarin.
Perché il paradosso veneto è tutto qui: sui giornali e nelle statistiche ufficiali siamo ancora i primi della classe. Sul campo, però, i pazienti in lista d’attesa ti guardano storto, i medici scappano verso il privato, gli infermieri emigrano in Svizzera e le famiglie degli anziani si dissanguano tra rette impossibili e una giungla normativa che neanche Tarzan riuscirebbe a domare.
Prendete la vicenda surreale delle IPAB, le case di riposo che dovevano essere riformate. Tre legislature, tre campagne elettorali, tre volte la Lanzarin (e chi c’era prima di lei) che promette la grande riforma. Risultato? Zero. I progetti dormono nei cassetti del Ferro-Fini come Bella Addormentata nel bosco. Ma almeno lei si è svegliata dopo cent’anni.
O guardate il cantiere infinito dell’ospedale di Montecchio Maggiore, che doveva essere un fiore all’occhiello e invece è diventato un monumento all’inefficienza perchè dopo sette anni di cantiere ancora non si sa con certezza quando verrà completato. O il fantasma del San Bortolo 2 a Vicenza: l’ex seminario che la Curia ha venduto all’Ulss 8 a cifre che farebbero arrossire anche un mercante di tappeti. Risultato? Imbarazzi e silenzi anche dai manager della Sanità più intelligenti e capaci, ma ostaggio dell’oscurantismo dell’assessore.
La verità è che dopo il Covid, invece di capitalizzare l’esperienza per costruire davvero qualcosa di nuovo, la politica veneta ha scelto la rendita di posizione. Più facile raccontare il primato che mantenerlo. Più comodo fare storytelling che upgrade. Ma dal Festival di Trento arriva un messaggio diverso: gli strumenti per il cambiamento ci sono, basta saperli usare.
Cicchetti parla chiaro: bisogna «mettere al centro la persona malata», creare «percorsi di presa in carico» che funzionino davvero. Non è filosofia spicciola, è un’agenda operativa per chi dovrà governare la sanità veneta nei prossimi anni. Un manuale d’istruzioni che chi aspira a succedere alla Lanzarin dovrebbe studiare riga per riga.
Sabina Nuti, dalla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, aggiunge un tassello fondamentale: «Le risorse sono aumentate e il personale è cresciuto». Il problema non sono i soldi, è come si spendono. Serve una strategia, non un bancomat. E qui il Veneto può giocare le sue carte migliori: la tradizione imprenditoriale, la capacità di innovare, la rete territoriale che, seppur ammaccata, ha ancora ottime fondamenta.
Mario Sturion di Farmindustria mette sul tavolo un’altra questione cruciale: le terapie avanzate e la sostenibilità del sistema. Non si può più rimandare, servono scelte coraggiose. Scelte che l’assessore uscente ha preferito non fare, lasciando il cerino in mano a chi verrà dopo.
Ma forse è meglio così.
Perché chi arriverà dopo Lanzarin avrà una cassetta degli attrezzi fornita di tutto: dal Festival di Trento sono arrivate le istruzioni per l’uso, gli indicatori di performance, i modelli organizzativi, perfino il manuale per misurare i risultati. Roba che in questi anni è rimasta nel cassetto insieme alla riforma delle IPAB.
Il bello è che il Veneto ha ancora tutte le carte per vincere la partita. Abbiamo una popolazione che sa distinguere tra ciò che funziona e ciò che viene raccontato per funzionare. Abbiamo imprenditori che potrebbero rivoluzionare l’approccio alla sanità. Abbiamo territori che aspettano solo di essere valorizzati con la medicina di prossimità. Abbiamo managerialità che senza l’intimidazione di certa politica potrebbero fare la differenza.
La campagna elettorale che si avvicina potrebbe essere l’occasione per un confronto serio. I candidati avranno tutto quello che serve: dal Festival di Trento è arrivata l’agenda, gli esperti hanno fornito la roadmap, i problemi sono chiari e le soluzioni anche. Non potranno dire di non aver capito o di non aver saputo.
Certo, c’è da scommettere che sentiremo ancora parlare di primati e eccellenze. Ma stavolta i cittadini hanno gli strumenti per distinguere chi sa davvero di cosa parla, da chi recita il solito copione. Dal Festival di Trento è arrivato anche questo: la griglia per valutare chi promette e chi sa mantenere.
Il modello veneto non è morto. È solo addormentato sotto una coltre di retorica. Ma la sveglia è suonata a Trento, e chi vorrà governare la sanità veneta nei prossimi anni non potrà più permettersi di spegnere la suoneria e girarsi dall’altra parte.
La cassetta degli attrezzi è pronta. Ora serve solo qualcuno che sappia usarla.



