Eccellenza sarà lei. Il Veneto della sanità che si racconta meglio di quanto stia

di Arrigo Abalti · Luglio 3, 2025

Dietro i dati del CREA Sanità, il trucco della narrazione perfetta: si aggrega dove conviene, si nasconde dove fa male. Ma nei pronto soccorso e negli ambulatori, la realtà è un’altra. E i cittadini lo sanno

 

C’è un talento particolare, nel racconto della politica sanitaria veneta, che andrebbe studiato in una scuola di comunicazione. È l’arte – ormai affinata – di prendere un dato, agitarlo un po’, impacchettarlo con il fiocco dell’efficienza e poi consegnarlo all’opinione pubblica come se fosse una medaglia d’oro olimpica. L’occasione, stavolta, è l’ultima indagine del CREA Sanità: uno di quegli studi che arrivano puntuali a fine stagione, come le previsioni per il Pil.

Il Veneto? Voto 6,8 su 10. Sopra la media, ci mancherebbe. Ed è proprio da lì che parte il gioco. Perché quel 6,8, in mano al racconto ufficiale, si trasforma magicamente in “eccellenza assoluta”, in “modello da imitare”, in “sistema che funziona”.

Ma basta leggere qualche riga oltre il titolo per accorgersi che siamo di fronte a un classico numero da prestigiatore: si aggregano i dati quando servono a far bella figura, si disaggregano quando servono a nascondere le magagne.

I pronto soccorso? Sotto la media. La medicina di base? In affanno. L’assistenza domiciliare? Stagnante. La reperibilità dei farmaci? In calo. Eppure tutto questo, nell’indice finale, viene diluito, mediato, annacquato in un voto che sembra dire tutto ma in realtà non dice nulla.

La verità è che mentre il report CREA scivola sulle scrivanie degli assessorati, fuori dalle stanze del potere c’è un Veneto che boccheggia. Un Veneto dove i medici di famiglia vanno in pensione e non vengono sostituiti, dove per una mammografia preventiva ci vogliono anche otto mesi, dove le famiglie si stanno arrendendo all’idea che per farsi curare bisogna pagare due volte: prima con le tasse, poi con la sanità privata.

Certo, il racconto ufficiale continua. Convegni, interviste, grafiche colorate. Si parla di “sfide”, di “resilienza del sistema”, di “prossimità territoriale”. Intanto, nei reparti, il personale è sotto organico, nei territori mancano gli infermieri, nelle strutture per anziani si lotta ogni giorno per mantenere i servizi minimi.

E qui sta il punto. Non è un problema di numeri, ma di narrazione. È la scelta consapevole di costruire un’immagine rassicurante, anche quando i dati mostrano crepe. È l’illusione di poter governare la sanità come si gestisce una campagna di marketing, con la convinzione che la percezione conti più della realtà.

Peccato che la percezione, quella vera, non si misura con i grafici, ma con la vita delle persone. E le persone, nel Veneto reale, stanno iniziando a sentire il peso di un sistema che promette ma non mantiene. Che parla di eccellenza mentre chiede pazienza. Che esibisce certificati di buona salute mentre prescrive attese infinite.

È ora di smetterla con la propaganda in camice bianco. È ora di dire la verità: che il Veneto ha risorse, competenze e tradizione per essere davvero un modello. Ma non lo sarà se continuerà a raccontarsi migliore di quanto non sia.

Perché alla fine, anche il miglior trucco da prestigiatore funziona solo fino a quando il pubblico resta distratto. Poi arriva qualcuno che guarda sotto il tavolo. E scopre che la magia era solo un gioco di mani.

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