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di Redazione · Ottobre 8, 2026
L’ospedale Pederzoli di Peschiera del Garda è ottavo in Italia e primo in Veneto nel settore sanità degli Italy’s Best Employers 2027, la classifica di Corriere e Statista compilata dai dipendenti. Nel mestiere da cui tutti scappano, è il posto dove si resta
Sul lago di Resia, in Val Venosta, dall’acqua spunta un campanile. È quel che resta di Curon, il paese sommerso nel dopoguerra da una diga. Marco Balzano ci ha scritto un romanzo, Resto qui: la storia di Trina, che quando l’acqua sale e tutti fanno le valigie decide di non andarsene.
La sanità italiana, da qualche anno, è un paese in cui l’acqua sale. Fra il 2019 e il 2024, secondo i dati della Regione, dal servizio pubblico veneto si sono dimessi di loro volontà circa ottomila fra medici e infermieri. Nei giornali la formula è ormai fissa: la fuga dei camici bianchi.
Poi c’è un altro lago, il Garda, e a Peschiera chi lavora al Pederzoli dice un’altra cosa. Lo dice negli Italy’s Best Employers 2027, che Statista ha costruito per il Corriere della Sera e che martedì sono usciti su Buone Notizie: circa trecentomila valutazioni anonime di chi lavora in aziende con più di duecentocinquanta dipendenti, e un criterio che pesa più degli altri, la disponibilità a raccomandare il proprio datore di lavoro a un familiare o a un conoscente. Nel settore sanità e sociale il Pederzoli è ottavo in Italia, e prima struttura del Veneto. Non è soltanto restare: è restare e portarci i propri. Nessuno lo fa dove sta male.
Il Pederzoli è un caso che chi si occupa di sanità conosce bene. Nasce nel 1947 come casa di cura del chirurgo Piero Pederzoli e dal 1987, per delibera regionale, fa da presidio ospedaliero della rete pubblica, oggi dell’Ulss 9 Scaligera. È la formula veneta del privato dentro il servizio sanitario: ci si entra con l’impegnativa, e c’è un pronto soccorso da trentottomila accessi l’anno. Villa Celeste, la clinica dove nel 1969 il professor Tersilli di Alberto Sordi sceglieva i malati dal conto in banca, un pronto soccorso non l’avrebbe aperto mai.
Che il personale resti non è una questione di welfare aziendale. Nel 2014, sul Lancet, il gruppo di Linda Aiken pubblicò i risultati di RN4Cast su quasi mezzo milione di pazienti chirurgici in nove Paesi europei: ogni paziente in più affidato a un infermiere si accompagnava a un aumento di circa il sette per cento dei decessi. Chi resta conosce il reparto, i colleghi, i malati. Dove si lavora bene, si cura meglio.
Il Pederzoli lo conferma con le altre classifiche. A febbraio Newsweek l’ha messo ventesimo fra gli ospedali italiani, quattro posizioni sopra l’anno prima; per la chirurgia del pancreas è fra i pochi centri del Paese sopra la soglia di volume. Il paradosso è tutto qui: per anni abbiamo contato i posti letto, e il posto che oggi manca è quello di chi resta a lavorarci.
Anche chi lo guida, del resto, è uno che è tornato. Dal gennaio 2025 l’amministratore delegato è Domenico Mantoan, medico, manager vicentino di Brendola: per dieci anni direttore generale della sanità veneta, poi presidente dell’Aifa e, a Roma, direttore generale dell’Agenas, l’agenzia che misura gli esiti degli ospedali italiani. Ha passato una carriera a costruire i metri con cui si giudica la qualità delle cure. Adesso il suo ospedale viene promosso da chi lo conosce meglio: quelli che ci lavorano.
Sul lago di Resia il campanile è rimasto lì, sopra l’acqua, come Trina. Gli ospedali non hanno campanili, ma hanno qualcosa di simile: i nomi scritti sui turni della settimana dopo. Perché un ospedale non è fatto dei suoi muri: è fatto di chi, mentre altrove si fanno le valigie, finisce il turno e dice la cosa più semplice. Resto qui.




