di Arrigo Abalti · Luglio 1, 2026
Agno Chiampo Ambiente spaccata sulla fusione con Viambiente 14 a 9 in favore del rinvio
Tutti giurano sul controllo pubblico. È il salmo che apre e chiude ogni comunicato sulla fusione tra ViAmbiente e Agno Chiampo Ambiente, il gestore unico per 72 Comuni e mezzo milione di vicentini. Ma nel Vicentino le liturgie servono a coprire i registri contabili, e il registro di questa operazione ha voci che nessuno legge ad alta voce: quanto costerebbe la sentenza del Tar, quanto costerà il forno di Schio, e chi comanderà davvero quando al tavolo si siederanno gli ultimi due invitati — il capoluogo e il Basso Vicentino.
Per capire perché quattordici Comuni su ventitré dell’Ovest abbiano scelto la formula del «condividiamo l’obiettivo ma aspettiamo», bisogna partire dall’epicentro: Montecchio Maggiore, azionista di riferimento di Aca, la città che esprime il presidente Giuseppe Selmo. Sulla carta Selmo è il promotore della fusione: è lui a firmare i comunicati sulle direttive europee e sulla scadenza dei contratti. Ma dietro di lui la sua stessa città parla con due voci. Il sindaco Silvio Parise ha scelto la via della prudenza, e non per pigrizia: ha letto le carte del ricorso pendente al Tar. Il vicesindaco e assessore all’ambiente Gianfranco Trapula, invece, la fusione la vorrebbe chiudere adesso. Quando il Comune capofila di una società non ha una linea, la società non ha una linea: la spaccatura dei quattordici non nasce nelle valli, nasce in municipio a Montecchio. Sul dualismo fra Parise sindaco attuale e Trapula sindaco prima di lui. Quando due sindaci, il nuovo e il vecchio, siedono sullo stesso tavolo il rischio dell’antagonismo è sempre latente. E non solo sui rifiuti.
La prima voce: l’assegno del Tar
E la prudenza di Parise ha un nome preciso: articolo 2473 del codice civile. Se in autunno il Tar desse ragione a Schio e Torrebelvicino sul recesso esercitato a fine dicembre, ViAmbiente dovrebbe liquidare le loro quote a valore di mercato. Schio non è un socio qualunque: è il primo azionista dell’ex Ava, con il 23% del capitale, e nella valutazione della quota entrerebbe il termovalorizzatore di Cà Capretta, l’asset attorno a cui ruota l’intera contesa. Una cifra ufficiale non esiste — nessuna perizia è stata resa pubblica — ma l’ordine di grandezza è quello dei milioni, plurale: a Palazzo Garbin l’assessore al bilancio l’ha già definita «una cospicua entrata» da destinare all’abbattimento del debito comunale, e le opposizioni scledensi parlano apertamente di causa milionaria. Tradotto: la società che dovrebbe nascere per fare investimenti rischia di aprire i battenti con un assegno da staccare ai due Comuni che l’hanno combattuta. Chi si fonde adesso, si fonde anche con quel rischio in pancia. Ecco perché Parise aspetta la sentenza: non è ostruzionismo, è partita doppia.
La seconda voce: il forno da 80 milioni
Poi c’è la voce che pesa a prescindere dal Tar: il destino di Cà Capretta. Il masterplan votato dai soci ex Ava — con il no solitario di Schio — prevede la dismissione delle linee 2 e 3 e una nuova linea 4 da 80 milioni di euro, per portare la capacità da 84 a 119 mila tonnellate l’anno; il semplice revamping delle linee esistenti ne sarebbe costati una trentina. Ava ha sempre ripetuto che l’impianto si è pagato da solo, con i ricavi dei conferimenti. Ma un investimento di quella taglia finirà nel bilancio della società fusa, cioè anche sulle spalle di un Ovest che al tavolo porta il 14,5% delle azioni e nessuna voce decisiva sull’impianto, riservata per statuto agli ex soci Ava. I quattordici lo hanno capito benissimo: entrare adesso significa comprare, insieme al gestore unico, anche un contenzioso da definire e un cantiere da 80 milioni da finanziare.
Il convitato di pietra: Vicenza
C’è poi una terza voce, che nei comunicati compare solo come promessa: il capoluogo. Il presidente di ViAmbiente Giovanni Cattelan lo dice esplicitamente — la fusione «nasce con un meccanismo che garantisce alla città di Vicenza di poter entrare da protagonista» — e la roadmap del Consiglio di bacino la mette nero su bianco: scorporo di Valore Ambiente da Agsm Aim per trasformarla in società in house del Comune di Vicenza, poi la sua confluenza nel gestore unico, che a regime — l’orizzonte dichiarato è il 2031 — dovrà coprire tutti gli 89 Comuni del bacino.
Qui il paradosso è doppio. Il primo è cronologico: la fusione a 72 fissa oggi concambi, statuto e governance — la doppia maggioranza per quote e per abitanti, la composizione del cda, le riserve sugli impianti — prima che si sieda al tavolo il socio singolarmente più pesante, una città da centodiecimila abitanti. Chi firma adesso disegna la gabbia in cui il capoluogo dovrà entrare domani; ma il capoluogo, quando entrerà, avrà la forza per chiedere di ridisegnarla. Ogni equilibrio negoziato in questi mesi è, per costruzione, provvisorio: la presidenza «naturalmente» dell’Alto Vicentino, il peso riconosciuto all’Ovest, i comitati per Comuni grandi e piccoli — tutto sarà rimesso in discussione all’arrivo di Vicenza. I quattordici che aspettano lo sanno anche per questo: perché firmare condizioni definitive per un assetto che definitivo non è?
Il secondo paradosso è ideologico, e vale la pena assaporarlo. Per entrare nel tempio del «tutto pubblico», Vicenza deve prima estrarre il proprio servizio rifiuti da MAGIS, cioè da una multiutility nata proprio per dare ai servizi pubblici una scala industriale sovraprovinciale. Il capoluogo smonta un’aggregazione grande per entrare in un’aggregazione più piccola, in nome della purezza dell’in house. Se l’obiettivo fosse l’efficienza, sarebbe una scelta almeno da argomentare; se l’obiettivo è il controllo, si spiega da sola.
La tessera Utilya
E infine c’è la tessera più piccola del mosaico, che è anche la più istruttiva: Utilya, la società dei Comuni del Basso Vicentino attorno a Lonigo — Alonte, Arcugnano, Val Liona, Villaga, Zovencedo — anch’essa destinata, secondo la roadmap, a confluire nel gestore unico. Piccola nei numeri, Utilya è grande come precedente: capitale a prevalenza pubblica con una quota del 20% collocata a privati tramite gara, e la parte operativa del servizio affidata a un socio privato selezionato con asta pubblica, capitolato e penali. Il modello misto in purezza, insomma. E i numeri non sono ricordi d’archivio: sono nel Bilancio Integrato 2024, approvato a marzo 2025. Costo del servizio: 95 euro per abitante, IVA compresa, contro i 164 della media veneta e i 197 della media italiana. Lonigo città, confrontata con la sua fascia demografica, spende un terzo in meno della media regionale. Raccolta differenziata all’86,5%, quando il Veneto — già prima regione d’Italia — si ferma al 77,7; secco residuo dimezzato rispetto alla media regionale. E la serie storica dice che non è un anno fortunato: nel 2014 Lonigo spendeva 85 euro contro i 143 della media veneta; dieci anni dopo il rapporto è lo stesso, circa il quaranta per cento sotto la media regionale, allora come oggi. Un decennio di costi strutturalmente sotto le medie, certificato da un revisore, non promesso in un comunicato. C’è poi un dettaglio che il bilancio consegna quasi distrattamente e che meriterebbe la prima pagina: quando il Consiglio di Bacino ha messo a gara il servizio in alcuni Comuni dell’Area Berica, quella gara l’ha vinta proprio Utilya, in raggruppamento con imprese cooperative e private: cinque Comuni serviti da fine 2023 — «senza alcuna criticità segnalata», scrive il bilancio — e altri cinque arrivati dall’agosto 2025. E il biodigestore di Asigliano verrà ampliato con un partenariato pubblico-privato in project financing. Tradotto: nell’unico angolo del bacino dove si è fatto ricorso al mercato, ha vinto la società mista; e la stessa società, per investire, sceglie serenamente il capitale privato. Ora si rileggano le due cifre una accanto all’altra: il gestore unico in house promette «meno di 120 euro per abitante» e lo presenta come primato; la tessera mista del Basso Vicentino chiude il 2024 a 95, venticinque euro sotto il traguardo che gli altri devono ancora raggiungere. Nessun comunicato la cita mai come modello. Chissà perché.
L’aritmetica del calendario
Il resto è aritmetica da calendario, e la conoscono tutti: udienza al Tar il 7 ottobre, sentenza entro fine mese, 72 consigli comunali da convocare entro dicembre per centrare il gennaio 2027. Il parere dell’advisor, il professor Villani, dice che il recesso sarebbe illegittimo; ma se bastasse un parere, per quanto autorevole, i quattordici non aspetterebbero un tribunale. Aspettano perché l’attesa, in questa partita, è l’unica moneta che non costa nulla e vale moltissimo: ogni settimana di sospensione è potere negoziale su pesi, garanzie e clausole.
La domanda maliziosa: a chi serve il dogma?
Resta da porre la domanda che nessuno, in questa vicenda, ha interesse a formulare: il dogmatismo dell’in house serve al cittadino che paga la tariffa, o serve al potere che la politica vuole conservare sul sistema dei rifiuti — nomine, appalti, assunzioni, impianti?
Perché la retorica del «ce lo chiede l’Europa», ripetuta in ogni dove, è quantomeno rovesciabile. Le direttive europee non impongono affatto la gestione pubblica: impongono la fine degli affidamenti eterni e la scadenza dei contratti. L’in house è per l’Europa una delle opzioni legittime — la direttiva appalti del 2014 lo codifica espressamente — ma per il diritto italiano è l’opzione eccezionale: il Testo unico sui servizi pubblici locali del 2022 mette sullo stesso piano gara, società mista e affidamento diretto, e per quest’ultimo, sopra soglia europea, pretende una «motivazione qualificata» che dimostri, numeri alla mano, perché rinunciare al mercato convenga a utenti e finanza pubblica. L’Antitrust, ancora nel novembre 2025, ha ribadito che l’in house è l’eccezione e la motivazione dev’essere «analitica e verificabile»; e i Tar hanno già cominciato ad annullare affidamenti in house nei rifiuti proprio perché la relazione comparativa tra le alternative era di facciata. Tradotto: quando i 72 consigli comunali voteranno, non staranno eseguendo un ordine di Bruxelles; staranno esercitando una deroga che potrebbero dover giustificare davanti a un giudice.
E l’Europa reale, quella dei fatti e non degli slogan? Non sta andando né verso il tutto pubblico né verso il tutto privato. Nei grandi Paesi — Germania, Francia, Regno Unito — la gestione dei rifiuti urbani è divisa quasi a metà tra operatori pubblici e privati; in Germania c’è una robusta tendenza alla rimunicipalizzazione, mentre in Francia e in Spagna interi sistemi metropolitani funzionano per concessioni messe a gara, contese da colossi come Veolia, Remondis o PreZero. La lezione europea, se una lezione c’è, è pragmatica: non conta la natura del gestore, conta chi sopporta il rischio, chi misura la qualità e con quale frequenza il gestore deve rimettersi in discussione. Un in house serio può batterla, una gara truccata può perderla: ma il confronto, contrariamente a quello che predicano i sacerdoti dell’in house dell’Alto Vicentino, va fatto, non evitato.
Ed è qui che il progetto mostra la sua vera natura. Se il gestore unico nascesse da una relazione comparativa vera — in house contro gara contro società mista, con tariffe, investimenti e qualità messi in colonna — sarebbe una scelta industriale. E la colonna, nel Vicentino, esiste già: il modello misto di Utilya ha prodotto per anni i costi più bassi della provincia, sotto la soglia dei 120 euro che oggi il gestore unico presenta come traguardo. Se la fusione nasce invece con l’obiettivo dichiarato di «evitare scenari di gara», come recitano candidamente i comunicati, allora la gara non è un rischio da cui proteggere i cittadini: è un esame da cui proteggere il sistema. E un sistema che considera il confronto un pericolo, di solito, sa già come finirebbe il confronto. Le formule innovative peraltro esisterebbero, e una è già in casa: la società mista con gara a doppio oggetto — capitale pubblico, socio industriale scelto sul mercato, rischio operativo trasferito — che Utilya pratica in scala ridotta e che il Testo unico considera modalità ordinaria quanto l’in house. Nessuno, nel bacino, l’ha nemmeno istruita.
L’ultima riga del registro
E a valle di tutto resta la sola domanda che nei comunicati non compare mai: alla fine, la bolletta dei cittadini salirà o scenderà? Oggi le tariffe del bacino sono tra le più basse del Veneto — meno di 120 euro per abitante contro una media regionale superiore ai 180 — ed è il vero patrimonio da difendere, più di qualunque quota societaria. La fusione promette economie di scala; ma economie di scala gravate da una liquidazione milionaria, da anni di carte bollate, da una linea 4 da 80 milioni e da una governance che andrà rinegoziata all’arrivo del capoluogo rischiano di somigliare a un risparmio annunciato e a un costo certo. È il paradosso finale di questa vicenda: tutti combattono in nome dei cittadini, e i cittadini sono l’unica voce che nel registro, per ora, non è stata scritta.
Forse perché, se la si scrivesse, bisognerebbe ammettere che al cittadino non interessa chi possiede il camion che passa sotto casa: interessa quanto costa, quanto è puntuale, e chi risponde quando non lo è. Tutto il resto — dogma compreso — è potere.



