di Arrigo Abalti · Giugno 24, 2026
La galleria che Vicenza si è riempita di terra da sola
Elisa De Berti, in questi giorni, ha trovato il colpevole. È Vicenza. La consigliera regionale alle Infrastrutture lo dice con la calma di chi maneggia tracciati da una vita: se si fosse rispettato il progetto iniziale, l’alta velocità correrebbe già da Verona a Padova, finanziata, forse finita. Invece è in ritardo. Colpa di chi ha voluto la deviazione, la fermata, il proprio pezzo di gloria sotto le mura. Colpa, insomma, di Vicenza che l’ha voluta. È un’accusa che ha il pregio della sfacciataggine, e il difetto di essere vera.
Perché la deviazione ha un padre, e il padre ha un nome. La vollero le giunte di Achille Variati, e attorno a quel tavolo c’era la solita orchestra: Camera di Commercio, Confindustria, le categorie che a Vicenza non chiedono mai “serve?”, ma sempre “serve a noi?”. Applaudivano. Applaudono benissimo, da queste parti.
Conviene tornare alle carte, perché le carte, a differenza della politica locale, non hanno memoria corta. Nel 2006 il CIPE aveva prescritto, per il nodo di Vicenza, una soluzione di buon senso quasi crudele nella sua semplicità: una galleria che sotto-attraversasse la stazione fino a Settecà, per poi affiancarsi alla linea esistente verso Lerino. Sottoterra. La città sopra, i treni sotto, nessuno che si facesse male. Era scritto. Era prescritto. Bastava scavare.
Non si scavò. E qui arriva il documento che vale dieci comizi, perché è firmato da chi decideva. Il protocollo d’intesa del luglio 2014 lo mette nero su bianco senza nemmeno il pudore di una perifrasi: su iniziativa della Camera di Commercio di Vicenza, con l’adesione di Regione, Comune e categorie economiche, l’attraversamento in galleria delle aree urbanizzate fu sostituito con un passaggio in superficie, per ridurre i costi. Rileggetela. Per ridurre i costi. La galleria che proteggeva la città fu riempita di terra prima ancora di esistere, e a impugnare la pala furono i vicentini stessi, anzi i loro rappresentanti, anzi i loro applauditori di professione. Un suicidio urbanistico a domicilio, con tanto di firma in calce.
Cosa resta, di quella scelta di risparmio? Restano i muri. Nove chilometri e mezzo di barriere antirumore, piazzate proprio dove i binari sfiorano le case. Nove e mezzo. È la misura esatta della ferita, in metri lineari di plastica fonoassorbente: la città che voleva la fermata per sentirsi capitale si ritrova un recinto. Restano gli espropri, le case demolite tra Lerino e il Tesina, le famiglie traslocate dal sogno di grandezza di qualcun altro. E resta, soprattutto, il muro: il fascio dei binari raddoppiato in superficie, una linea di cemento che taglia in due la città per sempre. Per sempre è la parola che nei convegni non si pronuncia mai.
A questo punto soccorre un paragone, e non è gentile. Bologna. Stesso bivio, scelta opposta. Nel 2013 mandò l’alta velocità in una stazione sotterranea, lunga 642 metri e profonda 23, per 530 milioni di euro, e lo fece per il minore impatto sul tessuto urbano. Bologna, che di alta velocità aveva fame, pagò di più e scese sottoterra per non sfregiarsi. Vicenza, che la galleria ce l’aveva già scritta dal CIPE e gratis nel disegno, la cancellò per due soldi. La differenza tra le due città non è ingegneristica. È di statura.
E il premio, per tanto coraggio al risparmio? Quindici minuti sull’intera Milano-Venezia, da spartire con mezza pianura padana; al vicentino, che già oggi è a venti minuti da Verona e da Padova, le briciole delle briciole. In cambio di due miliardi e due per sei chilometri, fine lavori nel 2032, oggi al ventitré per cento, e un pezzo verso Padova ancora senza progetto né soldi. Un affare, se non si guarda il conto.
Il bello è che la storia non ha nemmeno la decenza di essere finita. Sull’uscita a est, verso Padova, qualcuno ha osato rievocare la parola galleria. Risposta: RFI l’ha bocciata per il rischio idraulico, per il Tesina che esonda, e perché allungherebbe il viaggio di quattro minuti. Quattro. È sempre lo stesso baratto del 2014, recitato con gli stessi attori e lo stesso copione: da una parte la città, dall’altra l’orologio. Vince l’orologio. Vince sempre.
Così, quando De Berti oggi presenta il conto dei ritardi a Vicenza «che l’ha voluta», ha ragione su un punto e torto su tutto il resto. Ha ragione: Vicenza l’ha voluta, eccome. Ha torto perché il vero ritardo non è quello dei cantieri, che prima o poi finiranno. È quello, eterno, della città che si è negata la galleria da sola, per risparmiare, mentre i suoi notabili battevano le mani.
A Bologna hanno scavato per non farsi male. A Vicenza la galleria era già disegnata. L’hanno seppellita loro e hanno scavato la fossa a tutta la città.



