di Arrigo Abalti · Maggio 12, 2026
Ieri era la Giornata Internazionale dell’Infermiere. Lo so perché me l’ha detto un invito per la stampa. Ma lo sapevo già, in realtà, perché nella mia vita ho incontrato qualche infermiere nei momenti in cui si incontrano gli infermieri — cioè nei momenti in cui non si sta bene, o peggio, nei momenti in cui i tuoi migliori affetti non stanno bene — e di quelle persone ricordo tutto. Il nome, a volte. La mano e lo sguardo, sempre.
All’ospedale di Vicenza ne hanno premiati dodici. Non li ha scelti una commissione di esperti, non li ha indicati un primario, non li ha selezionati un algoritmo. Li hanno scelti i pazienti. Un gesto rivoluzionario e umano. Cinquemilaottocento questionari compilati da persone che stavano male e che, nel mezzo del male, si sono ricordate di qualcuno che le aveva guardate negli occhi. “Mi sono sentita come a casa.” “Sempre con il sorriso.” “Persone di cuore.” Frasi che di solito finiscono su un bigliettino lasciato sul comodino prima delle dimissioni e poi dimenticate in qualche cassetto dell’ufficio relazioni col pubblico. Stavolta le hanno lette ad alta voce, in un’aula magna, la Gresele, davanti a una platea foltissima, fatta di infermieri e dei loro primari che ne hanno testimoniato con la presenza, la stima. Piccolo grande atto di giustizia che serve a ricordarci la parte migliore di noi.
C’era anche il Presidente della Regione, Alberto Stefani, che ha parlato di attrattività della professione, di bisogno di infermieri, di logistica, di economia. Cose vere e necessarie. Poi, a un certo punto, si è fermato. E ha detto una cosa semplice: sua sorella è un’infermiera. Sua sorella gemella.
Non so se si rendesse conto di cosa stesse facendo. Probabilmente sì. Perché in quel momento non stava più parlando da Presidente. Stava parlando da fratello. Da uno che sa cosa vuol dire aspettare che qualcuno torni a casa dopo un turno di notte. Da uno che ha visto da vicino — vicinissimo, dalla stessa culla — cosa significa scegliere una professione che ti chiede tutto e ti restituisce poco, tranne il senso di quello che fai e l’emozione del bene.
I pazienti, sui loro questionari, avevano scritto cose bellissime. La più bella era questa: “L’infermiere non tocca un essere umano solo con le mani, ma anche con il cuore.” Nessun politico l’avrebbe detta meglio. Nessuno ci avrebbe nemmeno provato.
Tranne, forse, un fratello.
Buona giornata, infermieri. Anche per tutte le altre 364 giornate dell’anno in cui vi occupate di noi.



