Stefani sotto gli stucchi, la sera del Veneto che ascolta

di Redazione · Maggio 14, 2026

Novanta minuti senza rete, una Costituente per la sanità, e un sondaggio che entra in sala senza bussare

La notizia è circolata nel pomeriggio. Non il documento, la notizia: il sondaggio nazionale che collocaAlberto Stefani al secondo posto fra i governatori più amati d’Italia è diventata, già dalle prime ore, l’argomento di cui tutti — in sala — avevano sentito parlare senza averlo letto. Si entra a Palazzo Trissino con quella cifra in testa e con la curiosità di vedere come l’ospite la indosserà : l’avrebbe esibita, l’avrebbe minimizzata, l’avrebbe lasciata fuori dalla porta? Arrigo Abalti, che il pubblico lo conosce e che il mestiere lo conosce ancora meglio, ha deciso di non aspettare. Ha buttato via la prima domanda del copione e l’ha fatta diventare la prima domanda della serata. Senza copia in mano, perché il testo non c’era. Solo la notizia, e la consapevolezza che tutti, in quella sala, ce l’avevano in mente.
Stefani non si gonfia. Lo riceve e risponde piano: “Ne sono lusingato, ovviamente. Ma il sondaggio vero non si fa al telefono: si fa quando incontri le persone, quando parli con la gente nei mercati, nelle aziende, negli ospedali. Quello è il giudizio che mi interessa, e quello arriva ogni giorno, senza percentuali”. Lo dice senza enfasi, e proprio per questo l’enfasi la mette la sala, che annuisce, attenta a un cambio di stile del Governatore del Veneto a cui non si è più abituati dopo i protagonismi di Giancarlo Galan (Il Veneto sono io – ricordate? – o Luca Zaia che interviene su tutto)
E la sala, ieri, è una sala che merita di essere descritta. Posti a sedere finiti un quarto d’ora prima dell’inizio, sedie aggiunte sui lati, professionisti in piedi nei vani delle finestre, sindaci appoggiati alle colonne, dirigenti sanitari che si scambiano un cenno con il vicino e poi tirano fuori il taccuino. Avvocati e commercialisti nelle prime file, imprenditori del manifatturiero che non si tolgono il cappotto, architetti, ingegneri, sindaci della provincia e qualcuno arrivato da fuori, e — particolare che pesa, perché ha pesato sulla serata — una pattuglia robusta di direttori generali di ULSS, primari, responsabili di RSA, dirigenti di strutture convenzionate. Il Veneto della cura, in piedi, che osserva il Veneto che lo governa.
Il sottotitolo del format è scritto sui materiali della serata e vale la pena rileggerlo a luci accese: Il Veneto che decide. Stefani ne rappresenta uno dei vertici istituzionali, certo. Ma il punto di BV Talks è altrove, e ieri sera si è visto bene: nella sala c’erano altrettanti decisori. Gente che ogni mattina decide nello studio, in azienda, in Comune, in reparto. Decisori che non vengono a ricevere parole d’ordine, ma a confrontarsi con altri decisori, perché chi decide ha bisogno di sapere come decidono gli altri. Quel pubblico, ieri, ha risposto. Ha risposto con la presenza, con la qualità dell’ascolto, con il silenzio che si fa quando si sta lavorando — sì, lavorando — anche stando seduti.
Abalti lo dice in apertura, rispettando il patto che lui stesso aveva firmato con i suoi lettori: niente domande di cortesia, niente risposte preconfezionate. “Cerchiamo pensiero, non dichiarazioni di circostanza”. È una frase corta, sembra una formula, in realtà è un programma. E Stefani, che arriva senza scorta di formule e senza la giacca dell’ospite ufficiale, accetta il programma. Per novanta minuti starà dentro il tono. Per novanta minuti non si tirerà mai indietro.

Il fisco, le efficienze, la pazienza
Si entra nel canovaccio. IRPEF regionale: la domanda è classica, la risposta no. Stefani non promette tagli, non promette aumenti, non promette niente. Promette un metodo. Prima di parlare di addizionali — dice — va completata una verifica seria sulle “efficienze” del bilancio regionale. Tradotto: sprechi, sovrapposizioni, voci di spesa che vivono per inerzia, capitoli che nessuno ha mai avuto il coraggio di chiudere perché nessuno ha avuto il coraggio di guardarli. “E ce ne sono”. Lo dice con la pacatezza di chi quel lavoro lo sta già facendo. Solo dopo, dentro lo spazio fiscale che quel lavoro libera, si può ragionare di leva tributaria. È una risposta che non fa titolo, ma che fa scuola, ed è il primo segnale della sera: questo Presidente sceglie di farsi misurare sul lungo periodo.
Sulla multiutility veneta, il dossier che da anni vive nelle stanze tecniche senza uscire allo scoperto, non si nasconde: il ritardo c’è, e pesa. “Il modello emiliano è nato in vent’anni di lavoro paziente. Non lo replichiamo, ne costruiamo uno nostro. Ma la frammentazione ci costa, e ci costerà sempre di più”. Sulle fusioni tra Comuni stessa franchezza, niente bastone: un pacchetto regionale di incentivi, la “convenienza misurabile” come argomento, e i campanili lasciati alle loro coscienze.

Sanità e sociale: la sera in cui Stefani ha proposto la “Costituente”
E poi si arriva al punto. Si arriva al blocco che la sala aspettava, quello che ha portato lì i medici, gli amministratori, le persone che gestiscono le RSA, i sindaci che ogni giorno fanno i conti con i piani di zona. Abalti pone la domanda, e in sala — è un dettaglio che resta — chi ha il taccuino aperto inclina leggermente la testa.
Stefani non difende il sistema, lo difende ammettendone le crepe. Il primato veneto esiste ancora, dice, ma è “sotto pressione su tre fronti — personale, liste d’attesa, accesso nelle aree interne”, e raccontarlo diversamente sarebbe mancare di rispetto a chi negli ospedali ci lavora. Indica tre direttrici per i prossimi dieci anni — rete ospedaliera per intensità di cura, medicina territoriale come architettura, intelligenza artificiale e telemedicina per “restituire ai medici il tempo che oggi perdono in burocrazia” — ma queste, in fondo, sono cose tecniche.
Il momento politico arriva un istante dopo, e arriva sotto forma di proposta di metodo. “Non ci sono sanità e sociale di destra o di sinistra. Ci sono sanità e sociale fatti bene, o fatti male. E quando il tema è la salute delle persone, dividersi è un lusso che non possiamo permetterci”. Abalti coglie al volo e chiosa: “Quindi andiamo verso la Costituente della sanità e del sociale”. Stefani non smentisce. Conferma la postura, conferma la disponibilità a coinvolgere le opposizioni, conferma che certi tavoli non si possono più fare da soli. È l’annuncio politico della serata, e la sala lo registra con un’attenzione che ha qualcosa di solenne.
Sul personale, il Presidente non chiede applausi: chiede di guardare alle case. Letteralmente, alle case. Annuncia il recupero delle strutture pubbliche dismesse per farne alloggi destinati al personale sanitario e agli operatori delle RSA: una forma di welfare aziendale finanziata dalla Regione, che riduce il costo della vita nei territori dove il mercato immobiliare ha reso impossibile la scelta di restare. “Un giovane medico ad Adria o a Belluno deve poter vivere dignitosamente lì. Altrimenti il Veneto rurale diventa un sacrificio, non una scelta”. È una misura concreta che vale più di mille convegni sulla “carenza di personale”, e i direttori generali in sala lo capiscono al primo passaggio.
Sulle RSA, allarga prima lo sguardo. Parla del Veneto che invecchia, del paradigma assistenziale costruito vent’anni fa che oggi non regge più la domanda, del fatto che serva una nuova visione politica, non una toppa. “Stiamo affrontando un cambio di paradigma, e o lo governiamo noi, o ci travolge”. E poi torna sul metodo: anche su questo capitolo si lavora insieme, opposizioni comprese. “Poi ci misureremo sulle idee, è giusto così. Ma la sfida delle RSA va affrontata insieme, anche con le minoranze. Non è un terreno su cui si vince da soli — e non è un terreno su cui si può perdere”. Una proposta regionale è in lavorazione: standard reali, tariffe sostenibili, riconoscimento del lavoro di cura.
Sulla sussidiarietà — la domanda che tradizionalmente fa irrigidire le spalle ai politici — Stefani non si irrigidisce. Apre. Apre dicendo che tra sanità pubblica e convenzionata non c’è scontro, c’è collaborazione, c’è sinergia. “Senza la convenzionata, il sistema pubblico da solo non ce la fa. Non sulla sanità, non sul sociale, e nemmeno sulla scuola”. E cita un esempio che vale per tutto il discorso, e che disarma chi voleva farne un terreno ideologico: le scuole materne parrocchiali, che in molti Comuni veneti sono l’unica scuola materna sul territorio. “Senza quella rete, intere comunità resterebbero scoperte. Negarlo è semplicemente non conoscere la geografia del Veneto”. È la frase di chi ha letto la mappa, prima di leggere il manifesto.

Cultura, università, il 2035
Sulla cultura non si nasconde dietro il primato Unesco. Ammette che il Veneto perde da anni la Capitale della Cultura non per mancanza di candidature ma per crisi di regia, e dichiara di star lavorando “al massimo” perché la candidatura di Bassano del Grappa, quest’anno, sia vincente. “La sfida ha un nome e un volto. E vogliamo che il Veneto torni a vincere, partendo da Bassano”. Un mormorio favorevole percorre il banco dei sindaci.
Sul Politecnico Veneto la prudenza è dell’amministratore, non dell’evasore. “Può essere un obiettivo. Nel frattempo abbiamo formalizzato un tavolo di coordinamento tra le università venete: prima si costruisce la rete, poi si decide se serve un nuovo polo. Non il contrario”. È una frase che chiunque abbia gestito un dossier complicato sa riconoscere: gradualità, non lentezza.

E poi arriva il 2035. Abalti chiede una visione, Stefani fornisce una scelta di postura. È il passaggio più personale della serata: “Il Veneto del 2035 dovrà essere meno autoreferenziale e più diffuso. Più umano. Più attento alle persone, e in particolare ai giovani. Mi piacerebbe — e lo dico da giovane — che i nostri coetanei tornassero a preferire restare piuttosto che andare. Restare non come ripiego: restare come scelta consapevole, perché qui si può crescere”. La sala, per un secondo, smette di prendere appunti. È una formula che circolerà.

Le tre voci: Gonzo, Corà, Gennarelli
L’ultimo blocco è quello delle persone con nome e cognome, e non è un caso che sia stato l’unico momento in cui la sala si è leggermente spostata in avanti.
Francesco Gonzo, sindaco di Isola Vicentina, porta la frustrazione misurata di chi governa un Comune: troppe volte le decisioni regionali atterrano sui territori senza un vero passaggio di confronto, e i sindaci si trovano a gestire impatti che avrebbero potuto essere anticipati. Chiede una cabina di regia strutturata. Stefani lo riconosce: va istituzionalizzata, basta con le relazioni informali. “La Regione deve essere la casa dei sindaci”.
Domenico Corà, imprenditore di Confindustria, arriva con il dossier che da anni accompagna il dibattito industriale veneto: la manodopera di qualità, quella che gli imprenditori cercano e non trovano, quella che quando trovano fanno fatica a trattenere. Il Presidente ammette il ritardo — “abbiamo fatto bene ma non abbastanza presto” — e collega il tema agli ITS, alla filiera professionalizzante, al raccordo tra scuola, formazione regionale e impresa che va revisionato e coordinato con le categorie economiche”.
Edoardo Gennarelli, commercialista trentenne, coetaneo di Stefani, porta la voce che non si sente quasi mai sui giornali del Veneto: quella dei professionisti che a trent’anni guardano Milano, o Londra, o Francoforte, e fanno la valigia. “Servono misure che mantengano l’attrattività del Veneto dei professionisti, non solo del Veneto delle fabbriche”. È, forse, la domanda più scomoda di tutta la sera, perché è la domanda di una generazione. Stefani la prende sul personale, perché è il suo: “Se perdiamo i nostri trentenni qualificati, perdiamo il futuro della classe dirigente veneta. È una questione che riguarda me, riguarda lei, riguarda chi ha la nostra età”. Quello scambio, fra i due, è stato per qualche minuto una conversazione tra pari più che una replica istituzionale. E ha avuto, va detto, una qualità che in sala si è sentita.

Le otto di sera
Alle venti la conversazione si chiude. La sala applaude lungo, e — particolare che a Vicenza si ricorderà — non si svuota. La gente resta. Resta a parlare nel salone d’ingresso, resta a stringersi la mano fra colleghi e concorrenti, resta perché novanta minuti di pensiero, quando capitano, hanno bisogno di altri venti minuti per essere digeriti.
Il merito è del format, certo. Domande costruite, tempi rispettati, niente derive da convegno. Il merito è di Arrigo Abalti, che ha cucito una serata senza far mai pesare il filo e che ha portato dentro Palazzo Trissino il giornalismo che dichiara di voler fare. Ma il merito è anche dell’ospite, che ha scelto di non difendersi dietro le formule, di parlare di ciò che non funziona prima di ciò che funziona, di proporre — sulla sanità e sul sociale — un tavolo aperto alle opposizioni invece di una bandierina.
Resta il dato. In Sala degli Stucchi, ieri, c’era il Veneto che decide e c’era il Veneto che pensa: a volte coincidono, a volte no, ieri sì. C’erano amministratori, professionisti, imprenditori e, in modo particolarmente visibile, gli uomini e le donne della sanità. Erano venuti a chiedere risposte, e le risposte sono arrivate, e con loro un’apertura politica che fino a ieri non era nell’agenda di nessuno: la Costituente della sanità e del sociale. Toccherà ai prossimi mesi misurarne la sostanza.
E quel secondo posto nazionale, di cui tutti avevano sentito parlare nel pomeriggio senza averne ancora visto il documento, qualcosa già lo dice. Lo dice piano, come piano lo ha ricevuto lui. Ma lo dice.​​​​​​​​​​​​​​​​

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