di Arrigo Abalti · Gennaio 14, 2026
Dal 502 del 1992 a oggi, da Mariapia Garavaglia a Orazio Schillaci: una riforma che indica la direzione, ma ancora non garantisce i mezzi
C’è un modo preciso per capire quando una riforma non è ordinaria: quando il Legislatore decide di tornare all’origine. Il disegno di legge delega approvato dal Consiglio dei ministri lo scorso 12 gennaio 2026, che rimette mano al decreto legislativo 502 del 1992 — l’atto fondativo del Servizio sanitario nazionale — non è un aggiustamento. È una dichiarazione di cambio di paradigma. Il testo integrale della delega è disponibile sul sito istituzionale:
https://storagehub.homnya.net/cmsimage/2026/01/Delega-assistenza-territoriale-.pdf
Per capire davvero la portata di questa operazione serve fare un salto indietro: nel 1992, quando fu varato il decreto 502, il ministro della Sanità era Mariapia Garavaglia, figura centrale nella stagione di riforme post–tangentopoli, chiamata a impostare un sistema che tentasse di conciliare universalità dell’assistenza e sostenibilità della spesa pubblica. Oggi, in un’Italia profondamente diversa per composizione demografica, complessità delle patologie e tecnologia disponibile, a guidare il ministero è Orazio Schillaci, con la sfida ufficiale di imprimere al sistema sanitario nazionale una spinta verso modernità, integrazione ed efficienza.
Questa non è una riforma minore. È un progetto organico che tenta di superare le strettoie organizzative accumulate negli anni: dalla separazione tra ospedale e territorio alle difficoltà nella gestione dei pazienti cronici; dall’uso del pronto soccorso come porta unica dell’assistenza all’insufficiente integrazione digitale. Quello che è chiaro dal testo è la consapevolezza che non basta una riorganizzazione esteriore, ma serve un riordino profondo, capace di connettere prevenzione, cura, domiciliarità e continuità assistenziale.
Al centro dell’operazione c’è il rafforzamento dell’integrazione tra ospedale e territorio, non come slogan ma come principio di riordino strutturale. La revisione del DM 77 sull’assistenza territoriale, collegata alla revisione della rete ospedaliera (oggi fondata sul DM 70 del 2015), è pensata per allineare standard, percorsi e responsabilità, nella logica di ridurre la frammentazione dei servizi e migliorare l’esperienza del paziente. È l’ammissione, finalmente esplicita, che il sistema non può essere visto come un insieme di compartimenti stagni, ma come un continuum assistenziale.
All’interno di questa cornice nasce l’idea degli ospedali di terzo livello, strutture di eccellenza — pubbliche o private non profit — identificate secondo criteri omogenei (casistica, qualità degli esiti, impatto formativo, mobilità interregionale). È il riconoscimento che alcune realtà non sono “cittadini di serie B”, ma centri di riferimento capaci di guidare la formazione, la ricerca e l’evoluzione clinica. Accanto a loro, la categoria degli ospedali elettivi — privi di pronto soccorso ma collegati in rete all’emergenza-urgenza — prova a imprimere una logica diversa all’uso delle risorse ospedaliere: più appropriato, più funzionale, più coerente con un sistema assistenziale diffuso.
La delega non si limita alla struttura fisica dei servizi: introduce criteri per l’appropriatezza dell’offerta, per standard minimi di ricovero, per la valorizzazione giuridica delle buone pratiche clinico-organizzative. È un modo per dire che la qualità non è un optional, ma un parametro da governare sistematicamente. Eppure, se da un lato queste aperture indicano un salto culturale, dall’altro restano sospese finché non saranno tradotte in prassi quotidiana, con strumenti coerenti e condivisi da chi opera sul campo.
La parte più delicata e sociale del documento riguarda la fragilità e la cronicità, con specifici standard per l’assistenza residenziale, semi-residenziale e domiciliare, e una attenzione rinnovata alle cure palliative. Qui la riforma sfida direttamente la tradizionale separazione dei saperi e delle responsabilità, proponendo una logica di cura che — almeno sulla carta — è centrata sulla persona nella sua interezza, non solo sulla patologia.
Altri nodi cruciali toccano l’integrazione socio-sanitaria, la salute mentale, la neuropsichiatria infantile, le dipendenze e la sanità penitenziaria: tutti settori in cui la discrepanza tra bisogni reali e offerta di servizio è più evidente, e dove un riordino unitario avrebbe un impatto tangibile sulla vita delle comunità.
C’è un punto, però, che lascia intravedere la parte più ardua della riforma: l’articolo 3 pone un vincolo di neutralità finanziaria per i decreti attuativi, salvo che il Parlamento non stanzi risorse aggiuntive. In parole povere: senza risorse effettive, anche le migliori intenzioni rischiano di restare sulla carta. È la prova di verità di ogni progetto di riforma: non basta pensare un sistema più moderno, bisogna anche pagarlo.
Nel frattempo, sul tavolo del Parlamento giacciono altri dossier che intersecano questa riforma — dal testo unico della farmaceutica al riordino delle professioni sanitarie — che rendono il quadro più complesso, ma anche più ricco di potenziali sinergie. La posta in gioco è alta: non si tratta solo di organizzare meglio letti e ambulatori, ma di definire che tipo di sanità vogliamo nei prossimi decenni. Una sanità che sia equa, efficace, accessibile, sostenibile.
E allora la vera domanda diventa politica: saremo capaci di mettere accanto all’ambizione normativa anche la visione delle risorse, dei tempi, delle competenze? Perché una riforma autentica non si misura dai titoli dei decreti, ma dalla capacità di cambiare, davvero, l’esperienza di cura delle persone. E, soprattutto, di dimostrare che il diritto alla salute — sancito con tanto vigore nell’articolo 32 della Costituzione — non è un principio astratto, ma una promessa tangibile ogni volta che un cittadino varca la soglia di una struttura sanitaria.



