di Arrigo Abalti · Febbraio 3, 2026
Manildo e Luisetto in versione autonomista mancavano all’appello delle gaffes di inizio legislatura. Prenotato il Grammy della comicità in Laguna
Non si sa ancora bene cosa conterrà la riforma sanitaria, ma il Pd veneto ha già deciso che è una sciagura. Il Governo ipotizza una rete di strutture sanitarie di riferimento nazionale per le alte specialità – quelle che costano molto, servono a pochi e salvano vite – e scatta l’allarme rosso: centralismo, tradimento dell’autonomia, privatizzazione in arrivo.
Un riflesso pavloviano più che un ragionamento. Suona la parola “nazionale” e parte l’abbaio.
Così Giovanni Manildo e Chiara Luisetto si riscoprono improvvisamente autonomisti. Non per convinzione, ma per necessità di ruolo. L’autonomia, fino a ieri sospetta, oggi diventa sacra. Domani si vedrà. È l’autonomia on demand: si attiva solo quando serve dire no a qualcosa che richiede studio, dati e scelte.
Peccato che la sanità non funzioni come una mozione di partito. Funziona per volumi, esiti, competenze. Le alte specialità non si distribuiscono a pioggia per rispetto della geografia elettorale. Si concentrano, perché più casi significano più esperienza, meno errori, più sicurezza. È così ovunque nel mondo sviluppato. Ma questo dettaglio, curioso a dirsi, non compare nei comunicati indignati. I numeri non fanno click.
Manildo e Luisetto parlano di “sfregio all’autonomia”. Sembra un comunicato della Lega ah no, è il PD dell’autonomia a la carte. Ma confondono – o fanno finta di confondere – la programmazione con la gestione. Coordinare alcune eccellenze a livello nazionale non espropria le Regioni: evita che ciascuna tenti di fare tutto, spesso male e sempre più caro. Difendere l’autonomia non significa difendere la duplicazione inefficiente. A meno che l’obiettivo non sia difendere lo status quo, qualunque esso sia.
Poi arriva il capitolo fisso: il privato, nemico del popolo. Luisetto evoca la privatizzazione come se fosse una malattia infettiva che si trasmette per semplice contatto. Peccato che la privatizzazione non dipenda dal colore del gestore, ma da chi finanzia, controlla e valuta. Se i soldi sono pubblici, le regole pubbliche e gli esiti misurati, il problema non è il privato. Il problema è l’inefficienza. Ma quella, curiosamente, non scandalizza mai nessuno. Se poi nelle Regioni a guida PD il privato accreditato lavora accanto al pubblico, allora è la funzione sussidiaria dello Stato. Come dire Stalin in Veneto e Tina Anselmi in Emilia Romagna. E’ questa l’autonomia, bellezza!
Sul PNRR, infine, si tocca l’apice del dramma. A sei mesi dalle scadenze – dicono – il sistema rischia la paralisi. Vero. Ma non perché qualcuno prova a razionalizzare. Piuttosto perché per anni si è preferito non decidere, non scegliere, non scontentare. Il PNRR non premia la retorica: chiede risultati. E i risultati non arrivano con i comunicati stampa.
Ma la contraddizione più gustosa è politica. Da anni il Pd predica la solidarietà nazionale, l’uguaglianza dei diritti di cura, la lotta alle disuguaglianze territoriali. Poi, quando si prova a costruire strumenti che rendano davvero praticabile quella solidarietà – reti nazionali, accesso alle eccellenze indipendentemente dal codice di avviamento postale – ecco che l’autonomia diventa improvvisamente intoccabile. È una solidarietà condizionata: molto generosa, purché non tocchi casa propria.
A questo punto, una soluzione c’è. Visto l’amore improvviso per l’autonomia, Manildo e Luisetto potrebbero chiedere asilo politico alla Lega. Ora che Roberto Vannacci si è messo in proprio, magari c’è spazio per una nuova corrente: il riformismo al baccalà e l’autonomismo a doppio canale. Solidarista nei convegni, autonomista nei comunicati, centralista quando conviene e federalista quando disturba. Un capolavoro di flessibilità ideologica.
Perché il punto è semplice: la sanità non ha bisogno di slogan intercambiabili, ma di competenza e coerenza. Quando l’unica linea politica è indignarsi prima di capire, il problema non è Roma. È l’assenza di un pensiero. E quella, purtroppo, non è coperta dal servizio sanitario nazionale.



