La sanità europea è malata (e nessuno ha il coraggio di dirlo)

di Arrigo Abalti · Febbraio 5, 2026

Il rapporto Relyens spiega il presente e soprattutto il futuro della salute in Europa

Novantanove virgola tre per cento. Prendetevi un attimo per metabolizzare questa percentuale. Il 93% degli esperti di sanità in Italia, Francia, Germania e Spagna – gente che nei sistemi sanitari ci vive, ci lavora, li conosce dall’interno – pensa che tra dieci anni saremo messi peggio di adesso. Non “forse”. Non “dipende”. Peggio. Punto. Il dato arriva da un rapporto Relyens-Ipsos che ha il merito della franchezza: la sanità europea è un malato grave che fa finta di stare bene.
Ora, uno potrebbe dire: ma che novità è? Lo sappiamo tutti che mancano medici, che la popolazione invecchia, che i conti non tornano. Vero. Solo che c’è una differenza tra saperlo e farsene carico. Noi sappiamo che il Titanic sta affondando, ma continuiamo a discutere della disposizione delle sedie a sdraio sul ponte. Gli esperti interpellati da Relyens ci stanno dicendo che la nave non solo affonda, ma affonda più velocemente del previsto. E che le scialuppe di salvataggio sono poche, vecchie e mal manutenute.
I tre cavalieri dell’apocalisse sanitaria sono sempre quelli: popolazione che invecchia, costi che esplodono, personale che manca. Niente di nuovo sotto il sole, verrebbe da dire. Sennonché – e qui sta il punto – questi tre problemi non stanno in fila indiana ad aspettare il loro turno. Si danno la mano. Si moltiplicano a vicenda. Fanno quello che in gergo si chiama “effetto domino”, e che nel linguaggio di tutti i giorni si traduce così: una catastrofe tira l’altra.
Mettiamola semplice. Non ci sono soldi. Quindi non si assume. Quindi chi c’è lavora il doppio. Quindi si brucia. Quindi se ne va o va in burnout (che è lo stesso). Quindi chi rimane lavora il triplo. Quindi la qualità delle cure cala. Quindi i pazienti si lamentano. Quindi la professione diventa ancora meno attraente. Quindi non si trova più nessuno disposto a farla. E ricominciamo da capo. È il serpente che si morde la coda. Solo che questo serpente sta strangolando la sanità pubblica europea.
Il rapporto dice una cosa interessante: l’80% delle vulnerabilità più gravi non viene “adeguatamente anticipato”. Traduzione libera: non le guardiamo. E non le guardiamo perché guardarle significa riconoscerle. E riconoscerle significa fare qualcosa. E fare qualcosa significa scegliere. E scegliere significa scontentare qualcuno. E siccome la politica vive nel terrore di scontentare qualcuno, si preferisce non guardare. Si tira a campare. Si mette una pezza oggi sperando che la falla di domani la ripari qualcun altro.
Prendi il personale sanitario. Il 72% degli intervistati dice che la carenza di operatori compromette direttamente la sicurezza dei pazienti. Settantadue per cento. Non stiamo parlando di disagio organizzativo. Stiamo parlando di rischio clinico. Di gente che può farsi male perché non c’è nessuno a curarla come si deve. Eppure continuiamo a trattare medici e infermieri come risorse infinite, spremibili all’infinito, sostituibili con un concorso e tre mesi di formazione. Non funziona così. Un medico si forma in dieci anni. Un infermiere in meno, ma comunque non è che lo trovi al supermercato. E se lo tratti male, se lo paghi poco, se lo fai lavorare in condizioni disumane, quello se ne va. In Svizzera, in Germania, nel privato, o semplicemente cambia mestiere.
Le soluzioni proposte dal rapporto sono ragionevoli: investire sul personale, gestire i rischi in modo integrato, cooperare a livello europeo. Tutto giusto. Tutto condivisibile. Tutto terribilmente ovvio. Il problema non è sapere cosa fare. Il problema è farlo. Perché investire sul personale vuol dire spendere soldi. Gestire i rischi in modo integrato vuol dire coordinare sistemi diversi, condividere dati, accettare che la sanità non è una questione solo nazionale. Cooperare a livello europeo vuol dire rinunciare a un pezzo di sovranità. E su ognuno di questi punti c’è qualcuno pronto a fare le barricate.
Dominique Godet, il direttore generale di Relyens, dice una cosa vera: “Le strutture sanitarie sono alle prese con scelte complesse: mantenere la qualità delle cure con team esausti, investire senza visibilità, governare senza dati condivisi”. È vero. Solo che queste scelte complesse vanno fatte adesso. Non tra cinque anni. Non quando avremo più dati. Non quando la situazione sarà migliorata. Adesso. Perché se aspettiamo che la situazione migliori da sola, possiamo aspettare seduti.
La sanità europea è malata. Non terminale, per carità. Ma malata. E come tutti i malati che negano di esserlo, rischia di peggiorare rapidamente. Possiamo continuare a raccontarci che andrà tutto bene, che i sistemi sanitari pubblici sono inattaccabili, che basta un po’ di buona volontà. Oppure possiamo leggere quel 93%, prenderne atto, e cominciare a fare quello che va fatto. Anche se costa. Anche se è impopolare. Anche se richiede scelte difficili. Perché l’alternativa non è lo status quo. L’alternativa è il disastro. E il disastro, in sanità, ha un prezzo che si paga in vite umane. Non in percentuali.​​​​​​​​​​​​​​​​

 

https://www.relyens.eu/it/risorse/pubblicazioni/rapporto-prospettico-sui-rischi-sanitari-in-europa

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