Cent’anni contro la barbarie

di Arrigo Abalti · Giugno 8, 2025

Ci ha lasciato Mariano Galla

 

La morte di Mariano Galla a cent’anni suonati ci pone di fronte all’ennesima lezione che la storia ci impartisce con la sua brutalità pedagogica. Se n’è andato lasciandoci orfani non solo di un uomo ma di un’idea di civiltà che oggi, in quest’epoca di barbarie democratica e di ignoranza militante, appare più preziosa di un diamante incastonato nel fango della contemporaneità.

Quest’uomo ci ha mostrato cosa significa essere un conservatore autentico, non di quelli che conservano le proprie poltrone o i propri privilegi, ma di chi custodisce il tesoro della cultura e lo tramanda come un padre premuroso tramanda ai figli il patrimonio di famiglia. Una libreria del 1880, quando l’Italia faceva ancora l’Italia e non si accontentava di essere una provincia dell’Impero del Nulla.

Galla è stato sindaco, assessore, presidente, banchiere, editore. Ma soprattutto è stato un gentleman, nel senso più nobile del termine. Uno di quegli uomini che la politica non corrompe ma dai quali viene nobilitata, perché ci arriva già formato, già educato dalla vita e dai libri. Non come certi parvenu della democrazia digitale che si improvvisano statisti dopo aver fatto fortuna con le telecomunicazioni o i social network.

La differenza è sostanziale tra chi fa politica per servire e chi la fa per servirsi. Galla apparteneva alla prima categoria, quella in via di estinzione. Un uomo che ha guidato Arcugnano per un decennio senza scandali, senza inchieste, senza quella frenesia mediatica che oggi contamina ogni gesto pubblico. Un amministratore che governava con la saggezza di chi ha letto i classici e sa che la storia si ripete, che gli errori del passato insegnano, che la cultura è l’unico antidoto alla barbarie.

Un uomo che a cent’anni era ancora lucido, ancora curioso, ancora capace di “chiacchierare” – come diceva lui con quella modestia che è il segno distintivo della vera grandezza – di politica e di sport, di economia e di letteratura. Mentre i nostri leader politici a sessant’anni sembrano già rimbambiti dalla brama di potere e dall’ossessione per i sondaggi.

La sala Stucchi gremita per il suo centesimo compleanno è stata l’ultima testimonianza di cosa significa essere amati per quello che si è, non per quello che si rappresenta o si promette. L’affetto genuino di una comunità verso un uomo che ha saputo essere, contemporaneamente, un imprenditore di successo e un servitore dello Stato. Oggi, in tempi di antipolitica e di populismo demagogico, questo esempio suona quasi rivoluzionario.

La lezione che ci lascia Mariano Galla è quella di un’epoca in cui si poteva essere conservatori senza essere reazionari, amare la tradizione senza rifiutare il progresso, servire le istituzioni senza prostrarsi al potere. Una lezione che insegna come la cultura non sia un orpello per borghesi annoiati ma il fondamento stesso della civiltà. La sua libreria non era solo un negozio ma un presidio di resistenza contro l’imbarbarimento generale.

La sua morte, oltre al dolore naturale per la perdita di un giusto, deve far riflettere sulla nostra epoca. Un’epoca che ha sostituito i libri con i tweet, la riflessione con la reazione istintiva, la competenza con il qualunquismo. Un tempo che ha trasformato la politica in un talk show permanente e la cultura in un optional per radical chic.

L’eredità di Mariano Galla ricorda che esiste un’altra strada: quella della serietà, dello studio, del servizio disinteressato. Una strada che oggi appare in salita, ma che rimane l’unica percorribile per chi non vuole rassegnarsi al declino.

 

 

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