di Arrigo Abalti · Agosto 14, 2026
Ferragosto è una festa strana. Non celebra una battaglia, un martire che ci dica qualcosa oggi, non ha una piazza e neppure un corteo. È soprattutto una sospensione: il giorno in cui l’Italia si ferma davvero, l’unico in cui anche il più insonne dei capireparto smette di rispondere alle mail. Ed è, senza che nessuno l’abbia mai deciso, la fine naturale della prima parte dell’anno.
“Ci sentiamo dopo Ferragosto.” Quante volte l’abbiamo detto, e quante volte ce lo siamo sentiti dire? È una formula magica, una scadenza mobile, un modo elegante per spostare più in là quello che non abbiamo voglia di affrontare adesso. Funziona con il preventivo dell’idraulico, con la telefonata che rimandiamo da giugno, con le pratiche in Comune. Funziona, purtroppo, anche con i problemi grossi.
Per ventiquattr’ore va bene così. Per un giorno dimentichiamoci le baruffe sul nulla della politica — che poi, a guardarle bene, non sono quasi mai scontri tra progetti diversi, ma lotte per avere più potere e più visibilità. Dimentichiamoci una classe dirigente che ha imparato benissimo l’arte di scaricare la responsabilità sul livello di governo accanto: il Comune dice che tocca alla Regione, la Regione che tocca a Roma, Roma che tocca all’Europa, e l’Europa che tocca agli Stati membri. Il cerchio si chiude e nessuno decide niente.
Fuori dalla porta
Il fatto è che quest’anno la sospensione è più difficile del solito, perché basta uscire in cortile per vedere in che condizioni siamo.
Il Veneto ha attraversato la prima parte d’estate più calda da quando esistono rilevazioni omogenee, e tra le meno piovose. La siccità va avanti dall’autunno scorso, il Governo ha dovuto deliberare lo stato di emergenza, e nelle pianure prealpine l’allerta idrica ha toccato il grado massimo. Nelle campagne il mais è compromesso, in certe zone oltre il trenta per cento, con punte che fanno impressione; il riso rischia di dimezzarsi; lungo il basso Po il cuneo salino ha risalito l’acqua dolce fino a rendere inutilizzabili le prese irrigue. La vendemmia è cominciata con un mese giorni di anticipo: nel Vicentino le rese caleranno, e le uve buone saranno il frutto di un lavoro fatto in salita.
In città il verde è in sofferenza, e non è una notizia di colore: sono gli alberi che dovrebbero raffrescarci nei prossimi vent’anni. Nelle valli il bosco brucia. E qui da noi c’è quella cosa che nessuno riesce più a chiamare emergenza perché dura da troppo tempo — i PFAS, l’acqua, il post-Miteni — e che continua a essere insieme un problema sanitario, un problema ambientale e una lezione mai davvero imparata su cosa succede quando si guarda dall’altra parte per decenni.
Cosa ci aspettiamo, e cosa ci auguriamo
Dal 16 agosto in poi, quando le serrande si rialzano, la scuola – non subito – riapre, la fiera torna a riempire il quartiere e il centro storico si prepara a settembre, ci aspettiamo la solita liturgia: le dichiarazioni sull’annata difficile, i tavoli, i comitati, gli annunci. Ci auguriamo invece qualcosa di più noioso e più utile: delle decisioni.
Sull’acqua, che è il tema numero uno e lo sarà per i prossimi trent’anni: invasi, riuso, reti che non perdano un terzo di quello che trasportano, un uso della risorsa concordato lungo tutto il bacino e non provincia per provincia. Sulle città, dove continuiamo a preferire l’asfalto al verde e a trattare i fiumi come un problema di sicurezza idraulica anziché come infrastruttura viva. Sull’immigrazione, che nei nostri distretti non è un tema ideologico ma il modo in cui si tengono aperte le fabbriche e le case di riposo, e che meriterebbe di essere governata invece che agitata. Sull’invecchiamento, che avanza di giorno in giorno mentre le misure per affrontarlo restano quelle di vent’anni fa.
Non chiediamo miracoli. Chiediamo che qualcuno, a settembre, si assuma la responsabilità di scegliere.
Intanto, però…
Domani no. Domani facciamoci la grigliata con gli amici, parliamo di cazzate, andiamo in Altopiano o in collina o restiamo in cortile con il ventilatore puntato addosso. Facciamoci una risata.
Perché in fondo ci consoliamo con la foresta che cresce che è pur meglio dell’albero che cade. E questa terra, con tutti i suoi difetti, la foresta la fa crescere ancora: nelle sagre di paese che tengono in piedi mezza provincia, nei tanti amministratori che si adoperano davvero per i loro comuni quasi gratis, nelle imprese che investono senza aspettare che qualcuno glielo dica e non pensano alla politica, nei volontari che spengono gli incendi e portano l’acqua agli anziani, in chi la vendemmia l’ha comunque fatta.
Buon Ferragosto. Ci sentiamo dopodomani



