Palla in tribuna

di Redazione · Agosto 13, 2026

Il commissario della Lega chiede a Roma una legge per salvare i Comuni dalle rette. La cifra che decide tutto, però, la scrive Palazzo Balbi. Ed è ferma

 

Cinquantadue euro al giorno. È quanto la Regione del Veneto riconosce a un centro servizi per tenere dentro una persona che non è più in grado di alzarsi da sola dal letto. Non l’ha stabilito Roma, non discende da una sentenza, non è una perfidia europea: è una decisione veneta, si firma a Palazzo Balbi, e sta lì immobile mentre tutto il resto si muove — il contratto del personale, la bolletta, il cibo, i presidi per l’incontinenza, l’inflazione che i pensionati conoscono meglio di chiunque altro. Nel frattempo la quota che resta in capo all’ospite, quello fortunato che l’impegnativa ce l’ha, viaggia intorno ai sessantaquattro euro al giorno: milleottocentoventi al mese. Il pubblico, cioè, mette meno della famiglia. Teniamolo a mente, perché è il punto attorno al quale ruota tutto il resto.

Ieri il commissario regionale della Lega Andrea Tomaello — che è anche consigliere regionale, dettaglio non decorativo — ha annunciato di aver chiesto ai parlamentari veneti del suo partito una proposta di legge perché i costi delle rette non finiscano sui Comuni. La preoccupazione è fondata: le sentenze si accumulano, da Maser al settantacinquenne veneziano su cui si è pronunciato il Consiglio di Stato, e dicono sempre la stessa cosa, cioè che per l’accesso alla residenzialità delle persone non autosufficienti conta la condizione economica dell’assistito e non quella dei figli, e che un Comune non può inventarsi criteri propri per limitare il contributo pubblico. Ogni sentenza è una voce nuova in bilanci municipali che margini non ne hanno. E i sindaci nella morsa sono di ogni colore: chi legge la faccenda come una questione di partiti ha già smesso di capirla.

Ha ragione Tomaello anche sul piano tecnico. L’Isee è disciplinato da norma statale, una Regione non lo può riscrivere, e se l’obiettivo è cambiare quel criterio l’unico indirizzo è Roma. Tutto vero. È il difensore messo alle strette che butta la palla in tribuna: non è fallo, non è nemmeno un errore, guadagna tempo e allontana il pericolo. Però il pallone finisce sugli spalti, la rimessa la battono gli altri, e a segnare non ci si è avvicinati di un metro.

Perché il conto che arriva alle famiglie, e da lì ai municipi, è una sottrazione elementare. Da una parte c’è la retta piena della struttura. Dall’altra la quota sanitaria che la Regione riconosce con l’impegnativa di residenzialità. Quello che avanza lo paga l’ospite; quando l’ospite non ce la fa e vince in tribunale, lo paga il Comune. Alzare la quota regionale riduce la sottrazione. È aritmetica, non ideologia, e non richiede il permesso di nessun ministero.

Ed è esattamente qui che il sistema veneto andrebbe riformato. Nel 2025 le impegnative finanziate dal Fondo regionale per la non autosufficienza sono state 24.419, a fronte di oltre trentaduemila ospiti nei centri servizi. Per ottenerle, la soglia continua a salire: il punteggio SVaMA medio necessario ha toccato 79,69, con una punta di 79,99 a dicembre. Undicimila persone sono in lista d’attesa. Non è un sistema in difficoltà, è un sistema che ha imparato a razionare in silenzio, alzando l’asticella della gravità un decimale alla volta, perché razionare per punteggio non fa notizia mentre chiudere un reparto sì. Di un intervento strutturale del bilancio regionale, in tutto questo, non si ha notizia. Si ha notizia, a giugno, del recepimento di 7,4 milioni che portano a 78,9 le risorse per la non autosufficienza: soldi statali ripartiti fra le Regioni, non uno sforzo nuovo di Venezia. Insomma al di là degli opportuni interventi spot, quello che serve è un approccio strutturale ad un Veneto che sta cambiando forma e soprattutto età. Una regione che invecchia ha bisogno di un’idea forte, di un progetto declinato sul territorio e di risorse. Di passare dalla propaganda al provvedimento. Ad una legge.

Chi gestisce le strutture, del resto, lo dice da anni e senza giri di parole. Roberto Volpe, che presiede l’Uripa e parla dunque per la quasi totalità delle Rsa venete, a luglio ha liquidato la questione osservando che «il sistema delle Rsa è al collasso e nessuno fa niente», e paragonando la vicenda a uno tsunami annunciato da tempo contro il quale non è stata alzata una sola barriera. All’assemblea di Uripa, a maggio, davanti all’assessore regionale al Sociale, aveva messo sul tavolo la cifra: quattromilasettecento ospiti senza alcuna impegnativa, con la retta interamente a carico della famiglia, e cento milioni necessari per coprire quel buco. Cento milioni: lo stesso numero che chiede l’opposizione in consiglio regionale. Quando gestori e minoranza convergono sulla stessa somma, di solito significa che la somma è giusta.

Volpe aggiunge però un dettaglio che ci porta al cuore del problema: quei soldi, ha detto, la Regione non li ha, e «senza un aumento dell’addizionale Irpef non dispone di queste risorse». Ecco il punto in cui la faccenda non è più tecnica e diventa politica, e si capisce anche perché la palla sia finita in tribuna. Perché la strada regionale esiste, è nota, è quantificata — ma costa consenso. Anzi costa la rottura di un dogma che nella Lega del post Zaia è diventato manicheo: le tasse non si aumentano. Neanche quando servono per i nostri anziani in lista d’attesa.

E c’è dell’altro: la Regione ha autorizzato nuovi posti letto senza finanziarli con nuove impegnative, generando quella che Volpe descrive come una competizione fra strutture per accaparrarsi risorse che non aumentano; mentre sul personale il conto è ancora più brutale, perché anche avendo domani diecimila posti in più mancherebbero settemila operatori e millecinquecento infermieri per farli funzionare. Nessuna di queste tre cose si risolve con un disegno di legge sull’Isee.

Poi c’è la seconda richiesta, quella che passa liscia perché suona tecnica: rivedere i criteri Isee e «far rientrare più parametri». Detta così sembra manutenzione. Non lo è. Allargare i parametri significa far risultare più capacità economica in capo all’anziano e ai suoi, e quindi far pagare loro di più. Non entra una risorsa nuova nel sistema: cambia il pagatore. Che può avere un senso per i familiari di Berlusconi, ma diventa una manovra da Superciuk per tutti gli altri. E non è un’ipotesi da seminario, perché appena un anno fa un emendamento della senatrice leghista Cantù puntava a ridurre il perimetro di ciò che il servizio sanitario nazionale può coprire nelle Rsa, e fu ritirato solo dopo la levata di scudi delle associazioni. La stessa famiglia politica che oggi chiede allo Stato di intervenire, dodici mesi fa chiedeva allo Stato di intervenire meno.

Resta il linguaggio, che in politica è sostanza. Il titolo della giornata è «salvare i Comuni». Ma quelle sentenze le hanno vinte gli anziani, non le hanno perse i municipi: dicono che qualcuno stava pagando ciò che non doveva pagare. Che la risposta pubblica si organizzi attorno alla protezione dei bilanci anziché attorno al diritto delle persone non autosufficienti a non essere impoverite è una scelta di priorità, e le scelte di priorità si vedono dai sostantivi.

Gli over 80 in Veneto sono trecentottantamila e diventeranno seicentosessantamila. È una curva nota da decenni, prevista, calcolata, messa nei piani: nessuna proposta di legge depositata a Roma la piegherà in tempo utile. La palla in tribuna si può buttare, e una volta si può pure capire. Ma il cronometro corre, e i cinquantadue euro sono sempre lì.

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