Don Abbondio al governo

di Redazione · Giugno 6, 2026

Avete presente quelle case dei cataloghi d’arredamento: il divano senza una piega, le tende stirate, il vaso di fiori al centro del tavolo. Tutto perfetto, tranne un dettaglio — non ci abita nessuno. Ecco, le Case di Comunità che dovevano riscrivere la sanità del territorio rischiano di somigliare a quei salotti da fotografia: tirate a lucido coi soldi dell’Europa, pronte per il taglio del nastro, e drammaticamente vuote.
Una casa, per quanto bella, senza qualcuno dentro è solo un muro con le finestre. E quel qualcuno, stavolta, erano i medici. La riforma del ministro Schillaci provava a sciogliere il rebus più semplice e più difficile del mondo: chi ci mettiamo, dentro queste strutture? La risposta era gio una mediazione, ma sensata — lasciare la convenzione com’è, e aprire a qualche medico la possibilità di lavorarci da dipendente. Non una rivoluzione. Un trasloco.
Poi è successa una cosa che in Italia accade spesso: la maggioranza ha litigato con se stessa. Fratelli d’Italia ha storto il naso, Forza Italia ha evocato il rischio di trasformare il medico di famiglia in un «anonimo burocrate», la Lega ha tirato fuori dal cassetto i suoi «forti dubbi». E così, in nome della difesa del medico di famiglia, è stata affossata la riforma che doveva dare un medico di famiglia a chi non ce l’ha più. Per difendere il medico si punisce il paziente. È la legge di Superciuk applicata alla Sanità (quello che rubava ai poveri per donare ai ricchi di Magnus & Bunker).
Qui sta il paradosso più tenero e più crudele. Difendiamo con le unghie il dottore di fiducia — quello che ci conosce da una vita, che sa di tua madre e del tuo colesterolo — ma lo difendiamo per chi ce l’ha ancora. Solo nel Padovano sono ventottomila le persone rimaste senza. Milioni in tutta Italia. A loro la poltrona del medico di fiducia non manca: manca proprio il medico.
Lo ha detto oggi la direttrice sanitaria dell’Usl di Padova: la cosa importante non è avere il dottore sotto il campanile, ma averlo. È la differenza tra il rimpianto e il servizio. Tra la nostalgia di una sanità che non c’è più e il dovere di costruirne una che funzioni.
Invece abbiamo le case e non abbiamo gli inquilini. Abbiamo i muri e non abbiamo le mani. Abbiamo la scadenza — il 30 giugno, il Pnrr che bussa alla porta — e non abbiamo la chiave.
Il ministro rassicura: «Non smantelliamo nulla, rafforziamo». Ma rafforzare una casa vuota è come stringere più forte un abbraccio a distanza: il gesto è generoso, l’effetto è zero.
Quando si arreda una casa nuova, ci si ferma sulla soglia e si decide se sarà davvero un posto dove vivere o soltanto un indirizzo. La sanità italiana è esattamente su quella soglia. E mentre i partiti discutono di chi paga il divano, fuori c’è gente che aspetta soltanto qualcuno che apra la porta e dica: prego, si accomodi, il dottore adesso c’è.
Il guaio è che, per ora, dentro non c’è nessuno. E Don Abbondio ha occupato Palazzo Chigi perché siamo già in campagna elettorale.

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