Messico e nuvole in FSU

di Arrigo Abalti · Giugno 6, 2026

Alla Fondazione Studi Universitari è scattato l’interim, ma il re non si trova. E ora si profila uno strappo che in viale Margherita non si era mai visto

 

C’è una poltrona vuota, a Vicenza, e nessuno che osa occuparla. Perché più che una poltrona sembra una sedia elettrica. È quella della Fondazione Studi Universitari, l’ente che dal 1995 tiene in piedi l’idea che anche qui, tra il tornio, una pelle conciata e un laboratorio orafo, si possa parlare di università.

Il vecchio consiglio è scaduto con l’ultimo atto di bilancio, è scattato l’interim, e da allora la città assiste a una scena che ha tutto il garbo di un duello western: tre, quattro pistoleri che si guardano negli occhi, le dita sul grilletto, e nessuno che spara per primo. Alla messicana, appunto. Come nei film di Sergio Leone. Perché qui a sparare per primo si rischia di restare con la poltrona in mano e l’amico ferito a terra.

Il guaio, come sempre, è aritmetico prima che politico. Gli undici posti del consiglio generale sono spartiti come una torta di compleanno cui hanno invitato troppi parenti: tre al Comune, tre alla Provincia, tre alla Camera di Commercio, uno a Confindustria, uno alla Regione. Nessuno ha la maggioranza, tutti hanno il diritto di veto. È la geometria perfetta dello stallo: ognuno gioca una partita a sé, convinto che il tavolo finisca per inclinarsi dalla propria parte.

La Camera di Commercio, e si mormora con lei il direttore generale di Confindustria Daniele Valeri, tiene duro su Pippo Zigliotto: nome di peso, profilo industriale, la familiarità di chi quel mondo lo conosce a memoria. La Provincia ha messo sul piatto la conferma di Adamo Dalla Fontana, che alla Fondazione la presidenza l’ha già esercitata e con dignità. Solo che il via libera di Confindustria non è arrivato: curioso destino quello di un uomo che in Confindustria c’è da sempre e che proprio dai suoi pare non più gradito. Troppo lungo corso, forse. Troppo di casa per restarlo ancora. Si liquida così, con un’alzata di spalle, chi per quel mondo ha speso una vita.

E il Comune? Il Comune fa un passo indietro, con la prudenza di chi ha capito che in certe risse conviene reggere il cappotto agli altri. Possamai, dal suo balcone, è diventato un consumatore seriale di pop corn: si gode lo spettacolo, osserva i contendenti che si logorano a vicenda, e aspetta. È una strategia anche quella, in fondo. La più antica: lasciare che siano gli altri a scannarsi, per poi presentarsi al tavolo con le mani pulite e l’ultima parola.

Nel frattempo, sotto traccia, qualcuno ha cominciato a sussurrare la parola magica delle trattative bloccate: la terza via. Il nome neutro, l’uomo che non scontenta nessuno proprio perché non è la prima scelta di nessuno. E così tornano a circolare le candidature. C’è chi rispolvera Mario Carraro, che la Fondazione l’aveva guidata prima di Dalla Fontana e che incarnerebbe il ritorno ad un passato che però era finito con le sue dimissioni. C’è chi fa il nome di Ivan Tomasi, patron de L’Inglesina Baby. . C’è chi punta su Gianni Dal Pozzo. Profili diversi, accomunati da una sola virtù politica: quella di non appartenere del tutto a nessuna delle pistole puntate. È il candidato ponte, l’uomo che vince perché gli altri hanno deciso di non far vincere il rivale. Un trionfo per sottrazione, l’unico che a Vicenza riesca davvero.

Ma è qui che la commedia rischia di diventare dramma. Perché si racconta che, quando si arriverà al voto sul presidente, i tre consiglieri nominati dalla Provincia potrebbero andare per conto loro, defilarsi dall’ordine di scuderia della Camera di Commercio. Tradotto: votare diverso. E sarebbe lo strappo. Uno strappo che in decenni di storia della Fondazione non si era mai visto, perché in viale Margherita certe cose si erano sempre regolate prima, a porte chiuse, con la liturgia felpata della concertazione vicentina. Lì dentro non si è mai votato contro: si è sempre votato dopo aver già deciso. Spaccare l’aula significherebbe ammettere che la regia non c’è più, che nessuno tiene il filo.

E quello strappo non si ricucirebbe. Non perché manchi l’ago, ma perché sarebbe la prova che il peggio della politica – quella dei conteggi, delle ripicche, dei dispetti consumati a colpi di scheda – è sbarcato anche in viale Margherita. Fin dentro l’unico luogo che a Vicenza si vantava di restarne immune, perché parlava di università e non di poltrone. La caduta dell’ultima riserva indiana.

Si dirà: miserie di provincia. E invece no. Perché mentre i grandi elettori contano i voti che non hanno, la Fondazione resta senza guida proprio nel momento in cui Vicenza prova a diventare città universitaria sul serio – i poli del design allo Iuav, gli alloggi negli ex cinema, gli accordi di programma. Tutta roba che ha bisogno di un nome in cima all’organigramma, di una firma, di una visione. Non di un interim e di un’aula pronta a spaccarsi.

Il rischio, alla messicana, lo conosciamo tutti: che alla fine non spari nessuno, e che a restare a terra sia il duello stesso. Cioè la Fondazione. Ma c’è un rischio peggiore: che qualcuno spari davvero, e che il colpo si porti via non un candidato, ma l’ultima illusione che a Vicenza ci fosse ancora un tavolo dove la politica entrava in punta di piedi. Questa Vicenza, con questa classe dirigente.  ha la straordinaria capacità di trasformare ogni nomina in un assedio e ogni assedio in un’attesa. Ma l’università non aspetta. E i pop corn, prima o poi, finiscono.

 

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