di Arrigo Abalti · Giugno 4, 2026
La mappa dell’eredità
Le eredità importanti non si giudicano da ciò che è scritto nel testamento, ma da ciò che è nascosto nei codicilli. Luca Zaia ha consegnato ad Alberto Stefani una casa che da fuori sembra solidissima — il “modello Veneto”, quindici anni di consenso, una macchina amministrativa migliore della media nazionale. Ma chi entra nelle stanze e scende in cantina trova le crepe, le ipoteche, i conti lasciati aperti con la data di scadenza spostata sempre un po’ più in là. Proviamo a disegnarla, questa mappa. Non per fare l’inventario del rancore, ma perché ogni punto segnato racconta la stessa malattia: una politica che ha amministrato la nostalgia invece di governare il futuro.
Prima tappa, il cuore. Le culle che si spengono. Quattro punti nascita — Castelfranco con 297 nati nel 2025, Portogruaro 343, Adria 227, Valdagno 242 — sono finiti sotto la soglia dei cinquecento parti e sotto il parere contrario del comitato nazionale. La risposta della giunta è il capolavoro della stagione: deroga e monitoraggio fino al 31 dicembre, in attesa che siano le culle vuote a firmare la chiusura che nessuno ha il coraggio di mettere nero su bianco. Nel frattempo il Veneto rischia di restare inadempiente sui Livelli essenziali di assistenza (i famosi LEA) per il 2022 e il 2023, e di perdere fondi pur di non dire un no. È il prototipo di tutto il resto. Del resto i punti nascita sotto soglia sono stati un argomento sempre rinviato dall’assessore Lanzarin e dal presidente Zaia, perchè togliere un servizio a presidio di un territorio è sempre impopolare, ma a quella governance l’impopolarità in nome di un bagno di sano realismo e di un progetto che guardasse al futuro, ai tempi mutati, al dramma della denatalità, significava rischiare, appunto, l’impopolarità. Specialmente in assenza di una visione e magari di un progetto. Ma l’impopolarità per chi insegue il consenso e il bisogno di essere popolari invece che di governare, non era un concetto contemplato nel Pantheon delle parole d’ordine del governo Zaia e delle sue vestali. Risultato, oggi bisogna decidere e spiegare come gestire questa eredità.
Seconda tappa, lo stesso edificio, un piano più sotto. La sanità in affanno. C’è una Ulss che ha chiuso il 2025 con un passivo di 43 milioni, e ha chiesto alla Regione di ripianarlo. Ma il meccanismo del ripiano è ormai un trucco contabile più che una cura: Azienda Zero, nata per essere il volano dell’efficienza, è diventata il paracadute che assorbe i buchi delle aziende locali. L’utile che esibisce — oltre mezzo miliardo — è un tesoretto virtuale, perché viene bruciato ogni anno per tappare le perdite altrui. Una contabilità che non risana: nasconde.
Terza tappa, e qui la mappa si svuota. I medici che non ci sono. L’Agenas colloca il Veneto in fondo alla classifica per la medicina di base: 0,67 medici di famiglia ogni mille abitanti, con un crollo da 3.123 a 2.764 dottori tra il 2019 e il 2023. È la cifra più impietosa di tutte, perché smentisce alla radice il mito del territorio: il “modello Veneto” perde il suo primo presidio, l’ambulatorio sotto casa, mentre la popolazione invecchia e ne avrebbe bisogno come mai prima. Dietro l’angolo le case di comunità che però non si sa se avranno abbastanza personale per funzionare.
Quarta tappa, Padova. L’ospedale che non c’è ancora. Il nuovo Polo di Padova Est vale 870,8 milioni, lo costruirà l’Inail, ed è stato annunciato per anni come la grande opera della sanità veneta. Eppure il cantiere, nel migliore dei casi, aprirà a cavallo tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027, per cinque anni di lavori: operativo, se tutto fila liscio, verso il 2031. Un’opera necessaria, certo. Ma che fotografa la distanza siderale tra l’annuncio e la posa della prima pietra, cioè tra la politica che taglia nastri immaginari e quella che consegna edifici veri. Da quanti anni se ne parla? 16 più o meno.
Quinta tappa, le gallerie del Vicentino. I veleni che corrono sotto la strada. Per tredici persone — manager, dirigenti e tecnici dell’opera — è stata fissata al 6 ottobre l’udienza preliminare con l’accusa di inquinamento ambientale e omessa bonifica: nel calcestruzzo delle gallerie della Pedemontana, a Malo e Sant’Urbano, sarebbe stato usato un additivo contenente PFBA, della famiglia dei PFAS. Diciotto siti su ventotto lungo il tracciato risultano contaminati, con l’allarme che lambisce la falda del Padovano. La Regione si è costituita come parte offesa — formula corretta sul piano giuridico e impietosa su quello politico: parte offesa di un’opera che ha voluto, autorizzato e celebrato.
Sesta tappa, la stessa strada, ma il capitolo dei conti. L’infrastruttura che costa al contrario. La Superstrada Pedemontana era partita come un project financing a carico dei privati, ripagato dai pedaggi. Si è rovesciata nel suo esatto contrario: oggi è la Regione a pagare al concessionario canoni crescenti, fino a 450 milioni nell’ultimo anno di contratto, il 2059. Il traffico sovrastimato ha prodotto cinquanta milioni di perdita nel 2024 e una proiezione di settanta per quest’anno. Un’opera che doveva fruttare e che invece prosciuga: la metafora perfetta dell’ottimismo come tecnica di governo.
Ultima tappa, Roma e Bruxelles. L’autonomia che non arriva. Il Veneto fu la prima Regione a chiederla, la bandiera identitaria di un’intera stagione. Ma dopo i rilievi della Corte costituzionale sui livelli essenziali delle prestazioni è rimasta impantanata in una pre-intesa, mentre il concorso delle Regioni alla finanza pubblica vale oltre mezzo miliardo nel periodo 2023-2029. La bandiera è ancora issata; l’asta, sotto, è cava. E sullo sfondo, quasi una nota a margine, il pasticcio delle polizze con assicuratori esteri falliti, buco verso i 35 milioni, la Corte dei Conti che indaga.
Ecco la mappa. Ora il punto, che è uno solo. Nessuno di questi dossier è un incidente recente: sono tutti scelte stratificate in quindici anni, o non-scelte rinviate di bilancio in bilancio. La denatalità non è esplosa a maggio, i medici non sono evaporati in una notte, i PFAS non sono colati nel cemento la settimana scorsa. La verità scomoda è che il “modello Veneto” ha funzionato benissimo finché non si è dovuto decidere nulla di impopolare: bastava cavalcare il consenso e spostare in avanti la scadenza. Zaia ha incassato i voti; Stefani eredita le fatture. Ma Stefani era altrove mentre Zaia scalava le classifiche. Ora si trova con questi regali.
Per questo l’eredità non è soltanto amara: è differita. È un pacco recapitato a destinazione con il timbro “da aprire dopo le elezioni”. E il compito vero del nuovo presidente non sarà gestirla con prudenza — la prudenza, qui, è solo un altro nome del rinvio — ma fare ciò che la stagione precedente ha sistematicamente evitato: guardare in faccia un mondo che cambia, di cui è, anche dal punto di vista generazionale, il campione. E dovrà tracciare una linea, per poi difenderla davanti a chi protesta. Il cortile, come si è visto, può restare bellissimo a lungo. Ma a un certo punto qualcuno deve decidere di abitare il palazzo, e pagarne le bollette.



