di Arrigo Abalti · Febbraio 5, 2026
Nelle montagne che si svuotano, il progetto di Sovramonte ricorda che il welfare funziona solo quando smette di fare rumore e torna a farsi presenza
In montagna due alloggi non sono mai solo due alloggi. Sono una presa di posizione. Dicono che qualcuno, da qualche parte, ha smesso di ragionare per bandi fotocopia e ha ricominciato a guardare le persone. Radici Future, a Sovramonte, sta tutta qui: nel rifiuto gentile ma ostinato dell’idea che i territori valgano solo se rendono, se attraggono, se promettono ritorni misurabili.
Qui non c’è nulla da vendere. C’è da tenere insieme ciò che rischia di sfilacciarsi: anziani soli, fragilità discrete, integrazione che non fa notizia ma fa giornate normali. La montagna non come riserva indiana o set turistico, ma come luogo dove il welfare, se non è concreto, semplicemente non arriva.
Il progetto funziona perché non pretende di essere straordinario. Usa case pubbliche già esistenti, le rimette in circolo, chiede responsabilità, costruisce un perimetro chiaro. È amministrazione nel senso più serio del termine: scegliere, autorizzare, controllare. Senza slogan. Senza farsi sedurre dall’idea che il sociale debba sempre essere “innovativo” per forza, quando spesso basta essere preciso.
Quando l’assessore regionale Dario Bond parla di montagna come spazio vivo, non sta evocando un sentimento. Sta rivendicando una gerarchia delle priorità: prima le persone, poi tutto il resto. E quando la sua collega del Sociale, Paola Roma, insiste sul ruolo dei Comuni, dice una cosa che la politica finge spesso di dimenticare: il bisogno non si intercetta da remoto, si riconosce solo dove abita.
Il cuore del progetto è quella formula antica e modernissima che si chiama buon vicinato. Anziani che non chiedono assistenza totale, migranti che non vengono trattati come pratica amministrativa ma come presenza responsabile. Vigilanza leggera, aiuti minimi, relazioni monitorate. Nessuna favola edificante, nessuna scorciatoia ideologica. Solo la consapevolezza che in montagna, se non ci si guarda un po’ attorno, si resta soli davvero.
Ed è qui che Sovramonte smette di essere un caso locale e diventa una domanda rivolta anche alle montagne vicentine. Perché lo spopolamento non è solo una curva demografica: è una crisi silenziosa dell’identità delle politiche pubbliche. Interventi standardizzati, risposte tardive, soluzioni pensate altrove e calate dall’alto. Poi ci si stupisce se i paesi si svuotano e restano le case chiuse.
Esportare questa pratica non significherebbe copiare un modello, ma cambiare sguardo. Accettare che certi territori non chiedono grandi piani, ma scelte mirate. Non vogliono promesse, ma presenza. Non reclamano centralità simbolica, ma attenzione reale.
Due alloggi non fermano lo spopolamento. Ma raccontano che qualcuno ha deciso di non arrendersi all’idea che la montagna sia un problema da gestire o una cartolina da difendere. È già qualcosa. Ed è esattamente da queste cose piccole, ostinatamente poco spettacolari, che la politica torna ad assomigliare a se stessa. Una lezione da imparare anche per le montagne del Vicentino, che di modelli virtuosi e soprattutto nuovi, hanno davvero bisogno.



