Il tempo lungo del Governatore

di Arrigo Abalti · Marzo 8, 2026

«Chi amministra non è eterno»: Stefani a Ca’ Foscari riscopre de Gasperi senza citarlo

 

Quando un politico di 33 anni sale in cattedra e parla di responsabilità verso le prossime generazioni, vale la pena ascoltarlo fino in fondo. Perché dietro il latinista c’è una visione del potere che l’Italia ha quasi dimenticato.

Alberto Stefani ha trentré anni e un dottorato in diritto canonico. Già questo basta a capire che non è un politico normale. Il diritto canonico non lo studia chi vuole fare carriera. Lo studia chi vuole capire come funziona il potere quando dura secoli.
L’altra mattina il presidente del Veneto ha tenuto una lectio magistralis a Ca’ Foscari davanti agli studenti del master in pubblica amministrazione. Non in un capannone. Non in una piazza. In un’aula universitaria, che è il posto dove si va quando si ha qualcosa da dire e si è disposti a rispondere alle domande.

La cosa più interessante non è stato quello che ha detto. Ma quello che non ha detto.

Non ha detto: Zaia. Non ha detto: quarto mandato. Non ha detto: la norma ingiusta, il Veneto tradito, il presidente che volevano fermare. Non ne aveva bisogno. Ha detto una frase sola, e quella frase conteneva tutto: chi amministra non è eterno.
Cinque parole. Un anno di polemiche chiuse senza aprire bocca.

Perché un anno fa il Veneto era attraversato da un altro racconto. Luca Zaia riempiva le sue conferenze stampa con il comizio del martire costituzionale: mi vogliono fermare, sono l’unico eletto del Veneto a cui è vietato ricandidarsi, vogliono togliere al Veneto il suo presidente. Narrazione potente. Emotivamente efficace. Politicamente calcolata. Il limite dei mandati trasformato in sopruso, il confine istituzionale in furto identitario. Zaia faceva la vittima con la stessa abilità con cui aveva fatto il governatore: benissimo.

E adesso il suo successore — il padovano che ha raccolto l’eredità senza quasi chiederla — sale in cattedra e dice che il potere è un prestito, o meglio, un servizio per la comunità. Che gli atti durano, il consenso no. Che amministrare non significa rendersi eterni ma rendere utile il tempo che ti è concesso. Che il problema non era la norma che ti fermava. Il problema sarebbe stato non fermarsi.
Non lo dice a Zaia. Lo dice agli studenti. È peggio.
Stefani cita Tommaso d’Aquino, poi Plutarco, poi la Costituzione. Il latino in bocca a un leghista padovano di trentré anni ha qualcosa di programmatico: dice che si può governare la regione senza fingere di non aver letto nulla, o peggio senza fare citazioni dotte per sembrare intelligenti. Che la complessità non si semplifica, si governa. Che la responsabilità non è ciò che ti viene chiesto quando sbagli, ma ciò che guida la mano prima che tu firmi.

C’è una frase che de Gasperi non scrisse mai per intero ma che tutti gli attribuiscono, e che resiste al tempo proprio perché è vera: lo statista guarda alle prossime generazioni, il politico alle prossime elezioni. Stefani non cita de Gasperi — sarebbe troppo esplicito, troppo facile, troppo democristiano — ma il solco è esattamente quello. La stessa ontologia del potere. La stessa separazione netta tra chi semina e chi raccoglie, tra chi costruisce e chi inaugura, tra chi governa e chi gestisce il proprio governo.
De Gasperi era trentino. Stefani è padovano. Il Nordest, ogni tanto, produce la stessa grammatica del potere.

Il confronto con Zaia è inevitabile e fingere che non esista sarebbe disonesto. Zaia parlava al Veneto: lo incarnava, lo specchiava, ne rifletteva gli umori con un’abilità che in vent’anni non ha trovato pari. Stefani fa una cosa diversa e più difficile: vuole formare il Veneto. Non specchiarlo, ma orientarlo. Non inseguire il consenso che c’è, ma costruire la classe dirigente che servirà. È la differenza tra un leader che sa leggere il territorio e uno che prova a riscriverlo. Il primo raccoglie. Il secondo semina, sapendo che il raccolto potrebbe non vederlo lui.
Un governatore di trentré anni con la bussola di chi ne ha ottanta di storia alle spalle.
In un’aula universitaria, davanti a ragazzi che il potere lo stanno ancora imparando a leggere.
Il posto giusto. Il momento giusto. Il modo giusto.
Zaia, da qualche parte, starà guardando.​​​​​​​​​​​​​​​​

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