di Arrigo Abalti · Marzo 26, 2026
Le città che hanno bocciato la riforma sono le stesse che avrebbero ceduto magistrati e fascicoli alla Pedemontana. L’effetto collaterale del referendum ha un indirizzo preciso: via Marinali, sede del tribunale di Bassano
Esiste una legge non scritta della fisica politica italiana per cui ogni riforma produce, accanto all’effetto dichiarato, un effetto che nessuno dichiara. Non è corruzione. Non è malafede. È qualcosa di più raffinato e più antico: è la capacità dei corpi intermedi di trasformare qualsiasi voto in uno specchio dei propri interessi, con una naturalezza che farebbe invidia agli illusionisti.
Il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati si è svolto il 22 e 23 marzo. Ha vinto il no. Il governo ha incassato. I giornali hanno fatto i conti. E nel frattempo, in un palazzo da undicimila metri quadri in una strada di Bassano del Grappa che si chiama via Marinali, qualcosa si è spento con la discrezione di una luce lasciata accesa per sbaglio. Nessun comunicato. Nessun funerale. Solo il silenzio di chi sapeva già come sarebbe andata.
La meccanica, per chi non la conosce, è questa. Il DDL per il Tribunale della Pedemontana prevede di redistribuire competenze sottraendole agli attuali fori di Vicenza, Padova e Treviso, accorpando decine di comuni in un nuovo circondario attorno a Bassano. Non è una creazione: è una sottrazione. Magistrati, personale, fascicoli, peso istituzionale — qualcuno li cede, qualcuno li guadagna. Il DDL non porta risorse nuove. Sposta quelle esistenti. Ed è esattamente in quella parola — sottrazione — che si nasconde tutto.
Ora si prendano le due mappe e si sovrappongano sul tavolo. La mappa del voto referendario e la mappa della geografia giudiziaria. Combaciano con la precisione oscena di un teorema già dimostrato. Vicenza, Padova, Treviso votano no. Vicenza, Padova, Treviso sono le città che avrebbero ceduto. Convegni, audizioni, dichiarazioni pubbliche: tutte contro il progetto Pedemontana. Gli ordini forensi che hanno animato la campagna referendaria sono gli stessi che da mesi presidiano ogni sede istituzionale contro via Marinali. Non serve cercare la regia occulta. Non c’è nessuna regia occulta. C’è qualcosa di molto più potente: un interesse che non ha bisogno di essere organizzato per funzionare. Come la gravità. Come l’acqua che trova sempre la strada verso il basso.
Tucidide, nel momento più lucido della sua storia della guerra del Peloponneso, scrisse che i forti fanno quello che possono e i deboli subiscono quello che devono. Gli ordini forensi di Vicenza, Padova e Treviso hanno fatto quello che potevano. Con intelligenza, con metodo, con la pazienza di chi conosce i meccanismi e sa aspettare il momento giusto. Bassano subisce quello che deve. Con l’aggravante di non essere stata nemmeno invitata alla guerra.
Qualcuno obietterà che il collegamento è arbitrario. Che il referendum riguardava la Costituzione, non i tribunali di provincia. Che gli avvocati vicentini hanno votato secondo coscienza.
Può darsi.
Ma come scrisse una volta Montaigne — in un’epoca in cui non esistevano né i referendum né gli ordini forensi, ma esisteva già la natura umana — «ogni uomo porta in sé la forma intera della condizione umana». La condizione umana include la capacità di credere sinceramente in un principio che coincide perfettamente con il proprio tornaconto. È una delle facoltà più sviluppate della specie.
Da Roma arrivano le rassicurazioni: l’iter va avanti, il referendum non cambia niente. Le rassicurazioni politiche hanno la natura delle previsioni del tempo in montagna: vere nel momento in cui vengono pronunciate, inutili mezz’ora dopo. Un governo che ha appena perso la sua battaglia simbolica sulla giustizia non apre un secondo fronte sullo stesso terreno.
Non per cattiveria. Per istinto di sopravvivenza. Toccherà ai parlamentari, entro i prossimi 18 mesi, dare contenuto e risorse al provvedimento. Diciotto mesi. Fine legislatura. Nel dizionario parlamentare italiano è la perifrasi elegante con cui si dice: mai, ma detto bene.
Il consenso informato sugli effetti collaterali, in medicina, lo firma il paziente prima dell’operazione. In politica non lo firma nessuno.
Ma ogni tanto c’è qualcuno che, mentre gli altri litigano sui principi, legge il bugiardino con attenzione e annota, tranquillo, cosa può ricavarsi dagli effetti collaterali. Intanto Nicola Finco, sindaco di Bassano e pragmatico per statuto, ha già preso la penna e sta scrivendo il piano B.



