di Arrigo Abalti · Giugno 20, 2025
Da onnipresente ad assente c’è una bella differenza. Il caso di Padova alla commemorazione di Mazzola e Girallucci
C’è un paradosso che attraversa le città italiane, e Padova lo ha reso evidente nel modo più stridente: la fascia tricolore è diventata talmente onnipresente da non essere più disponibile quando davvero serve. Siamo passati in pochi anni dalla sacralità dell’indossarla solo nei momenti solenni, alla disinvoltura con cui viene sfoggiata per ogni taglio del nastro. Ma quando la solennità chiede silenzio, presenza e simbolo, allora la fascia scompare. O viene vietata.
È successo alla commemorazione delle vittime delle Brigate Rosse, Piero Mazzola e Graziano Giralucci, a Padova. Una cerimonia civile, di memoria condivisa, in cui però l’assessora Benciolini – inviata dal Comune – si è presentata senza fascia, suscitando la protesta del figlio di Mazzola e la dura reazione di Fratelli d’Italia e del suo segretario, Gabriele Zanon. Dal Comune si è spiegato che c’è una circolare prefettizia, derivata da una nota del Viminale, che vieta agli assessori di indossare la fascia tricolore, perché lo potrebbe fare solo il Sindaco. Formalmente tutto regolare. Politicamente molto meno.
Perché, in politica, la forma è sostanza. Ma a condizione che venga usata con coerenza. E la verità è che la fascia tricolore è oggi oggetto di un uso selettivo e, in molti casi, disinvolto. Come abbiamo detto in precedenza, la trasformazione della fascia da simbolo istituzionale a pochette del potere locale, indossata per ogni inaugurazione, ogni fiera, ogni post Instagram, è davvero inaccettabile. Fascia per il nuovo semaforo, fascia per il panettone, fascia per la sagra della porchetta. Una bulimia tricolore che ha trasformato quel simbolo in un accessorio da cerimonia, più utile al branding personale che al decoro repubblicano.
Eppure, quando il contesto impone il massimo della sobrietà, e il rispetto per la memoria nazionale chiama le istituzioni a mostrarsi nel loro ruolo più pieno, allora il simbolo viene riposto nell’armadio. Una circolare vale più di un dovere civico. Il risultato? Una comunità spaccata tra chi ha avvertito un’assenza simbolica e chi risponde con la correttezza procedurale. Ma le commemorazioni non si gestiscono con le norme di galateo istituzionale. Si onorano.
Nel cortocircuito padovano c’è tutto il disagio del rapporto tra potere e rappresentazione. Abbiamo politicizzato il modo in cui si indossa la fascia, ma non il senso per cui la si indossa. E questo genera il vero scarto: tra chi si aggrappa al regolamento per evitare la polemica, e chi sente che qualcosa si è perso nel modo in cui lo Stato si presenta di fronte alla memoria delle sue vittime.
Il punto, allora, non è se l’assessora Benciolini dovesse o meno indossare la fascia. Il punto è perché, nei mille eventi di ogni giorno, quella fascia è sempre lì, mentre in quello che conta davvero non c’è. L’abuso quotidiano toglie forza al gesto. Ma l’assenza, nei momenti solenni, toglie senso alle istituzioni.
Ecco perché, forse, è venuto davvero il momento di fare una scelta: togliere la fascia dalle sagre e restituirla ai momenti in cui rappresenta uno Stato che non ha paura di mostrarsi. Non per vanità. Ma per rispetto.
Perché l’autorevolezza vera non si indossa: si conquista. Ma almeno nei giorni che contano, bisogna avere il coraggio di mostrarla.



