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di Arrigo Abalti · Ottobre 3, 2026
Il primo testo di Tiago Rodrigues, «Coro degli amanti», letto con Lacan: due voci che non coincidono mai, e proprio per questo si cercano
C’è una scena che chiunque abbia amato conosce, anche senza averla mai vissuta. Una notte qualunque, uno dei due smette di respirare e l’altro deve fare qualcosa, subito. Tiago Rodrigues, che oggi dirige il Festival di Avignone e allora non aveva ancora trent’anni, ci ha costruito sopra il suo primo lavoro per il teatro, Coro degli amanti. Era il 2006, a Lisbona: un frammento nato per uno spettacolo collettivo, completato l’anno seguente, ripreso nel 2021 con un capitolo nuovo che si chiede cosa accada dopo, quando la morte è stata scansata e resta il tempo, avversario assai più paziente.
Il dispositivo è di una semplicità quasi crudele. Lui e lei raccontano gli stessi fatti nello stesso momento, a voce alta, uno accanto all’altra. Le parole quasi coincidono. Quasi. La corsa, la paura, i minuti che non passano: i dettagli divergono di un passo, come due orologi incapaci di segnare la stessa ora. Lo spettatore si domanda a chi credere e capisce presto che la domanda è sbagliata. Nessuno dei due mente. Solo che non abitano la stessa notte.
Qui entra Jacques Lacan, e non per sfoggio. Nel Seminario XX lo psicoanalista francese consegnava una sentenza che ancora fa sobbalzare: non c’è rapporto sessuale. Non parlava di astinenza, naturalmente. Intendeva che tra due esseri parlanti non esiste una misura comune, un’equazione che li faccia combaciare. Ciascuno desidera, gode e soffre a modo proprio, e il linguaggio, invece di colmare la distanza, la scava. Il coro di Rodrigues mette in scena esattamente questo: due voci che vorrebbero essere una sola e restano due, separate da uno scarto minimo e incolmabile.
Eppure, ed è il momento in cui Lacan smette di sembrare un profeta di sventura, dove manca il rapporto arriva qualcos’altro. Ciò che vi supplisce, diceva, è l’amore. Non una toppa, non un ripiego: un’invenzione. I due amanti non si capiscono fino in fondo, e proprio per questo continuano a parlarsi. Sovrapporre le versioni diventa un modo di stare insieme dentro la differenza, senza la pretesa di cancellarla.
C’è un altro aforisma lacaniano che il testo sembra illustrare riga dopo riga: amare è dare ciò che non si ha. Nell’ora del soffocamento chi assiste non possiede l’aria che servirebbe all’altro. Non ha la competenza del medico né il potere di guarire. Ha soltanto la propria impotenza, e la offre. La corsa disperata è questo dono paradossale: portare a chi ami quello che ti manca, sapendo di non averlo. Il respiro si fa così la metafora più precisa del desiderio, che vive di ciò che gli sfugge e si spegne appena crede di averlo afferrato.
Il capitolo aggiunto quindici anni più tardi sposta il conflitto. Non più l’emergenza, ma l’usura, l’abitudine, i giorni che si somigliano. Lacan, che romantico non era, definiva l’amore un sentimento comico, forse perché promette l’Uno e consegna sempre il due. Rodrigues lo sa, e lo racconta senza cinismo. La commedia, qui, è la tenerezza di chi continua a correggere il ricordo del compagno, anno dopo anno, come fanno le coppie di lungo corso a cena con gli amici: no, non era martedì, era giovedì. Una piccola guerra che vale come una dichiarazione.
Abitiamo un’epoca che dall’amore esige trasparenza: l’affinità calcolata dagli algoritmi, la coppia come progetto senza attriti, la fusione come ideale. Coro degli amanti sostiene il contrario, con una grazia che i manuali non conoscono. Ci si ama anche, forse soprattutto, perché non si coincide. Due voci, mai all’unisono. Però nella stessa stanza, a cercare l’aria per due.



