La mediazione come metodo

di Arrigo Abalti · Agosto 9, 2026

In morte di Massimiliano Cencelli, e di un’idea del potere che sapeva ancora contare fino a dieci

 

Se n’è andato a Roma, novantenne, l’uomo che ha dato il proprio cognome alla parte meno nobile del nostro vocabolario politico. E se ne è andato ad agosto, con quella discrezione un po’ obliqua che era, in fondo, il tratto distintivo della sua scuola: mai un passo davanti al leader, mai una fotografia di troppo, mai la tentazione di scambiare l’influenza per la gloria. Massimiliano Cencelli è stato per mezzo secolo il nome comune di un’operazione che nessuno ammetteva di compiere e che tutti compivano. Un cognome trasformato in verbo. Un uomo diventato un sospetto.

Conviene ricordare come nacque la cosa, perché la genesi è più modesta e più onesta della leggenda. Siamo nel 1967, congresso di Milano, e attorno ad Adolfo Sarti — con Cossiga e Taviani — prende forma una corrente che si chiama dei “pontieri”, perché il suo mestiere dichiarato è costruire ponti fra la maggioranza e la sinistra del partito. La corrente porta a casa il dodici per cento. Bisogna distribuire gli incarichi. E il giovane funzionario avanza l’idea più elementare del mondo: se in una società gli incarichi si ripartiscono in proporzione alle azioni, in un partito si ripartiranno in proporzione alle tessere. Nessun cinismo, nessuna sapienza esoterica. Una proporzione. Una regola del tre semplice applicata alla vita interna di un partito che aveva l’ambizione, e il peso, di somigliare a un paese intero.

Da lì in avanti la parola ha camminato da sola, e ha camminato molto più veloce dell’uomo. Il “manuale” — che, si badi, non è mai esistito come libro, non è mai stato scritto, non ha mai avuto una copertina né un editore — è diventato il modo con cui abbiamo raccontato ogni governo, ogni consiglio d’amministrazione, ogni nomina di sottosegretari e di presidenti di ente. È entrato nei manuali veri, quelli universitari. È sopravvissuto ai partiti che l’avevano generato, alla Prima Repubblica, alla Seconda, e a quel che siamo adesso. Il suo autore, nel frattempo, faceva il sindaco di un piccolo comune delle Marche e poi, nel Duemila, si candidava senza fortuna in una lista della Margherita. Come dire: la fama gli era passata accanto e aveva proseguito per conto proprio.

Ora, la tentazione del coccodrillo indignato è forte, e sarebbe anche facile. Cencelli come simbolo della lottizzazione, dell’appartenenza che scavalca il merito, della politica ridotta a contabilità. Tutto vero, in parte. Ma sarebbe un modo comodo per non guardare la faccenda dritto negli occhi.

Perché quella aritmetica un po’ greve, che tanto abbiamo deriso, serviva anche a qualcos’altro. Serviva a impedire che chi vinceva prendesse tutto. Serviva a garantire alla minoranza interna che l’indomani sarebbe stata ancora al tavolo, e non sotto. Serviva a trasformare il conflitto in negoziato, e il negoziato in una convivenza faticosa ma prolungata. Il manuale mai scritto era, a suo modo, una tecnica di pace. Rozza quanto si vuole, ma trasparente: il conto si poteva fare, e chiunque poteva rifarlo per verificare se tornava.

Il paradosso che ci consegna questa scomparsa d’agosto è tutto qui. Abbiamo passato trent’anni a spiegare che il Cencelli era il male, e che ce ne saremmo liberati con le investiture dirette, con i leader scelti dal popolo, con la fine delle correnti e delle mediazioni bizantine. Ce ne siamo liberati, in effetti. Ma abbiamo tenuto la spartizione e buttato via la proporzione. Oggi gli incarichi si distribuiscono con la stessa diligenza di allora, soltanto che nessuno pretende più di giustificarli con un numero. Il vincitore prende tutto, e lo prende in silenzio. Il che, se posso, è più efficiente e assai meno rassicurante.

Non credo che Cencelli meritasse la fama che ha avuto, e nemmeno il discredito. Era un funzionario, cioè uno di quei mestieri che tengono in piedi le istituzioni senza mai comparire nelle fotografie ufficiali. Aveva capito una cosa che oggi facciamo finta di aver dimenticato: che il potere, quando si divide, fa meno danni di quando si concentra.

Ci lascia un cognome diventato aggettivo. E il sospetto, un po’ molesto, che i suoi conti tornassero meglio dei nostri.

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