Due destini

di Arrigo Abalti · Aprile 22, 2026

 

C’era una volta un ex presidente che voleva far lavorare i medici fino a settantadue anni. Poi la norma è passata — con il suo nome sopra, benedetta dai suoi colleghi di partito in Parlamento — e si è scoperto che in realtà al massimo si arriva a settanta e dieci mesi. Piccolo intoppo tecnico. “È una beffa”, ha tuonato ieri Luca Zaia dal Consiglio regionale, dove oggi fa il presidente. “Bisogna mettere mano al provvedimento.”
Bisogna. Sempre questo verbo impersonale, che non chiede mai chi. Bisognerebbe leggere le leggi prima di votarle, verrebbe da dire. Ma è una battaglia di altri tempi, e chiediamo scusa al lettore.
La battaglia vera, quella per cui Zaia si batte “da sempre” — sue parole — riguarda il camice bianco settantenne. La visione è nobile: trattenere chi ancora può dare, valorizzare l’esperienza, non disperdere il patrimonio umano del Servizio sanitario regionale. Chi potrebbe obiettare? Nessuno. Il problema è che mentre il presidente del Consiglio regionale si batte per chi sta uscendo, qualcun altro a Palazzo Balbi si sta occupando di chi non riesce a entrare.
Si chiama Alberto Stefani, fa il presidente della Regione da pochi mesi, e ha avuto un’idea che a chi frequenta i reparti suona rivoluzionaria: forse, prima di discutere se un cardiologo possa operare a settantadue anni, conviene capire perché un’infermiera di ventotto non può permettersi di affittare un monolocale a Padova. Da qui “Generazione Casa”, cinquanta milioni per alloggi a canone calmierato — trecentocinquanta euro al mese — destinati al personale sociosanitario. A Feltre sono già stati consegnati i primi dieci, di fronte all’ospedale. “Se non possiamo raddoppiargli lo stipendio”, ha detto Stefani con la sintesi di chi ha letto i contratti, “diamogli almeno la casa.”
Due frasi, due sanità. Una si preoccupa che il dottore in pensione possa restare, l’altra che il giovane medico possa arrivare. Una guarda il camice di chi c’era, l’altra cerca di immaginare chi lo indosserà domani. Una è fatta di battaglie parlamentari su commi e deroghe, l’altra di delibere su palazzine Ater e convenzioni con i Comuni. Nobili entrambe, per carità. Ma la seconda ha un piccolo vantaggio: tiene conto del fatto che la carenza di camici bianchi non si risolve convincendo i settantenni a non togliersi il camice, bensì permettendo ai trentenni di comprarselo.
La domanda che qualche lettore malizioso potrebbe farsi è questa: perché il presidente del Consiglio regionale, che ha guidato il Veneto per quindici anni, non ha mai pensato prima — diciamo dieci anni fa, quando la casa costava meno e il problema era già visibile — a una “Generazione Casa”? Forse perché i trentenni fanno meno notizia dei settantenni. Forse perché le battaglie sulle proroghe si fanno con un’intervista, quelle sugli alloggi con una delibera, e le delibere non titolano.
Il futuro, si sa, ha un difetto grave: non ha ancora una pensione da difendere.

 

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