di Redazione · Aprile 23, 2026
Liste d’attesa, prescrizioni virtuose e un sistema che scarica il costo sui cittadini. I conti che Zaia, Lanzarin e Annichiarico lasciano alla nuova governance Stefani-Gerosa-Ruscitti
C’è un dato che la Regione Veneto amerà citare, e lo farà. Nel 2024, il Veneto ha registrato 889,7 prescrizioni per mille abitanti. Il Lazio ne ha prodotte 1.569,5. Quasi il doppio. La morale ufficiale è già scritta: siamo virtuosi, siamo efficienti, siamo i migliori.
Peccato che la stessa fotografia mostri anche un’altra faccia.
Nel 2025 — dati aggiornati, non illazioni — circa 950mila veneti hanno rinunciato a visite o esami a causa di tempi di attesa giudicati insostenibili. Non 950mila poveri del Sud. Novecentocinquantamila residenti della regione più citata come modello sanitario d’Italia. Il 79% dei pazienti veneti ha pagato almeno una prestazione interamente di tasca propria, con un costo medio di 395 euro a prestazione. E chi non ha i soldi? Si indebita: i prestiti personali per spese mediche hanno rappresentato oltre il 4% di tutti i finanziamenti richiesti in regione, con chi si indebita che cerca in media 6.092 euro da restituire in quasi cinque anni.
Questi sono i dati che Luca Zaia, Manuela Lanzarin e il direttore generale Annichiarico lasciano in eredità alla nuova governance. E qui emerge il paradosso più clamoroso. Il Veneto produce quasi la metà delle prescrizioni del Lazio e dell’Emilia Romagna. Con una domanda così contenuta, con una pressione sul sistema così bassa rispetto alle altre grandi regioni italiane, le liste d’attesa non avrebbero dovuto esistere. O quantomeno non avrebbero dovuto essere il problema cronico che sono state per anni. Se entrano meno richieste e le code sono comunque lunghe, il problema non è la domanda: è l’offerta. È la capacità del sistema di rispondere. Ed è esattamente lì che la vecchia governance ha fallito, preferendo raccontare il merito delle prescrizioni appropriate invece di affrontare l’inefficienza strutturale di un sistema che non riusciva a erogare nemmeno ciò che gli veniva chiesto.
Cosa ha sbagliato la vecchia gestione?
Primo: ha confuso i numeri con la realtà. Zaia e Lanzarin hanno presentato per anni dati di riduzione delle liste d’attesa che cozzavano con l’esperienza concreta dei cittadini. Gimbe certificava che il 7,6% dei veneti rinunciava a curarsi, esasperato da tempi d’attesa e costi. La distanza tra le conferenze stampa trionfali e la realtà è rimasta costante. Un sistema politico maturo avrebbe ammesso il problema; questo ha preferito ottimizzare la comunicazione.
Secondo: ha tamponato invece di costruire. Di fronte alla carenza di medici specialisti, la risposta è stata prorogare incarichi di lavoro autonomo — i gettonisti — anno dopo anno, in gastroenterologia, ortopedia, radiodiagnostica, cardiologia e altre branche. Una soluzione emergenziale diventata strutturale. Costosa, precaria, e che non risolve il problema alla radice: formare e trattenere personale nel sistema pubblico veneto.
Terzo: ha inventato le liste di galleggiamento.Quando le liste d’attesa diventavano imbarazzanti, la soluzione non era ridurle ma rinominarle. Le cosiddette “liste di galleggiamento” — prestazioni prenotate ma senza data certa — sono state per anni un modo per spostare il problema fuori dai radar ufficiali, senza risolverlo. Un’illusione ottica amministrativa: i numeri miglioravano sulla carta, i cittadini continuavano ad aspettare nella realtà. È la forma più sofisticata di gestione del consenso applicata alla sanità: non curare il malato, curare la statistica.
Quarto: ha trattato il privato accreditato come un fastidio invece che come una risorsa. Per cinque anni la sanità veneta ha guardato al privato accreditato con la diffidenza di chi sa di averne bisogno ma si vergogna di ammetterlo. Un fastidio tollerato, non un partner governato. Eppure il privato accreditato è per definizione una risorsa efficiente e facilmente governabile: opera dentro regole pubbliche, risponde a standard definiti dalla Regione, eroga prestazioni che il pubblico non riesce a garantire nei tempi dovuti. La Costituzione stessa ne riconosce la funzione sussidiaria. Ignorarla o subirla invece di costruirci sopra una vera integrazione — percorsi condivisi, agende coordinate, programmazione comune — è stato un errore ideologico prima ancora che gestionale. Paradossalmente, su questo punto, la visione di Lanzarin non era poi così distante da quella del suo nemico dichiarato Andrea Crisanti: stessa diffidenza verso il privato in sanità, stessa incapacità di riconoscerne il ruolo sistemico. Opposti politicamente, identici nell’approccio.
Quinto: ha lasciato scoperta la medicina di territorio. In Veneto quasi il 70% dei medici di medicina generale supera il tetto massimo di 1.500 assistiti, con professionisti che arrivano a seguirne fino a 2.000. Il medico di famiglia è il filtro del sistema: quando è sopraffatto, tutto quello che arriva a valle — cup, specialistica, pronto soccorso — si ingolfa.
Ora c’è Alberto Stefani alla presidenza, Gino Gerosa alla sanità, Luciano Ruscitti alla direzione generale. È una governance che non ha costruito questi problemi e che li eredita senza averli scelti. Il fatto che Ruscitti arrivi con un profilo tecnico solido e una visione di sistema è già un segnale diverso rispetto al passato. Così come la disponibilità di Gerosa ad affrontare il tema del privato accreditato senza i complessi della stagione precedente apre uno spazio che fino a ieri era chiuso.
L’eredità è pesante. Ma è anche una mappa: sapere dove si è sbagliato è il primo passo per non ripetere gli stessi errori. Il Veneto ha le risorse, la tradizione e la classe dirigente sanitaria per costruire qualcosa di migliore. Questa volta potrebbe avere anche la volontà politica.




