di Arrigo Abalti · Settembre 27, 2026
Se la vicenda del No Dal Molin diventa lo storytelling di chi ha vinto le elezioni del 2008, vale la pena precisare come andò veramente. Ma qualcuno dirà che anche questo è storytelling
Vicenza ha due monumenti al Dal Molin. Uno è una base americana, l’altro un parco che si chiama della Pace. Il secondo esiste perché esiste il primo, ma questo in città si dice sottovoce. Poi c’è un terzo monumento, il più solido: la narrazione. È quella andata in scena l’altra sera all’Hangar 2, ben scritta e ben recitata, con pentole, cortei, Santoro, la CNN e i Creedence in chiusura. Un’opera corale, si è detto. Solo che nel coro canta una voce sola.
Manca, per cominciare, la Vicenza che non scendeva in strada. Il 26 ottobre 2006 il Consiglio comunale votò sì all’ampliamento, 21 a 17. Oggi quella seduta si ricorda per le telecamere, non per il voto. Eppure era la città eletta e governava da dieci anni che si prendeva una responsabilità, e lo faceva credendoci. Esisteva perfino un Comitato per il sì. Nessuno lo cita più. Chi non urla non entra negli anniversari. Chi perde sprofonda nella damnatio memoriae.
Manca il colore della decisione. Il sì lo diede Romano Prodi, da Bucarest. Centrosinistra. Il commissario Paolo Costa lo nominò il suo governo, sì quello che poi finì nell’inchiesta del MOSE, e già nel luglio 2007 il bando chiedeva un progetto per il lato est e uno per il lato ovest, quello che molti ritenevano meno invasivo per la città. Lo spostamento della base non fu dunque la mesta conseguenza di una sconfitta. Fu una trattativa, cominciata prima. Poi arrivò Berlusconi e non cambiò una virgola. A Roma la base non ha mai avuto un partito contrario. Ne ha avuti due favorevoli, con toni diversi.
E manca, soprattutto, il 2008. Il movimento si presentò alle comunali con una lista sua, Vicenza Libera. Al primo turno prese il 5%. Al ballottaggio si schierò con Achille Variati, che batté Lia Sartori per poco più di cinquecento voti. La partita, a pensarci, era semplice. Da una parte il no senza se e senza ma, con la promessa del referendum. Dall’altra una proposta meno eroica: la base è decisa, trattiamo opere e servizi perché pesi il meno possibile e renda qualcosa alla città. Vinse l’eroismo, non il realismo. Ma la Grande Illusione del Movimento che batteva le pentole sotto Palazzo Trissino durò poco. E venne trasformata in botanica con la retorica del Parco della Pace.
Il referendum lo fermò il Consiglio di Stato. Si votò ai gazebo, in più di ventiquattromila, poco meno di un elettore su tre. Un segnale vero. Ma anche la prova che la città non era un blocco solo. Da lì in poi il sindaco del no iniziò ad amministrare il sì. Non lo dice un nostalgico del centrodestra. Lo scrisse Il Manifesto nel 2013: Variati aveva interpretato la rivolta per indossare la fascia tricolore, e poi il referendum e la poltica del NO finirono in archivio.
E le compensazioni? Il Consiglio comunale aveva chiesto la tangenziale nord-est, una linea di trasporto elettrico, il rilancio dell’università e il lato est dell’aeroporto. È arrivato il lato est. Cioè un’area che era già pubblica, con 11,5 milioni per farne un parco. Del resto dell’elenco chi vuole può chiedere notizie a Palazzo Trissino. La risposta sarà lunga. Il parco invece c’è, ed è bello. Costa ogni anno, e costerà a lungo. Il movimento che voleva fermare una caserma oggi ne cura il giardino confinante. Qualcuno la chiama maturità. Qualcun altro, con meno garbo, addomesticamento. Poi tra qualche anno qualcuno farà il bilancio su profitti e perdite sul Parco della Pace
L’altra sera il racconto si è chiuso con i soldati americani che spalavano il fango dell’alluvione del 2010. Un dettaglio, messo lì in fondo. Invece è la chiave: la città che doveva essere occupata ha finito per convivere, e la convivenza non la racconta nessuno perché non ha colonna sonora.
Si dice che la storia la scrivano i vincitori. E Vicenza non fa eccezione. La memoria l’ha vinta chi ha governato la città per i dieci anni successivi. Ha avuto il merito di raccontarla bene, e continua a farlo. Raccontarla bene, però, non significa raccontarla tutta. È questa, forse, la vera pura formalità.
* L’autore è stato assessore comunale a Vicenza dal 1998 al 2008.



