Il futuro ha un nome del 1977

di Arrigo Abalti · Agosto 10, 2026

A Vicenza torna la Festa dell’Unità. Cioè: torna la festa di un giornale che non esiste più, organizzata da un partito che non si chiama così, per finanziare un’idea che nessuno sa più formulare

 

L’Unità si concili con l’Unità. Il giornale è morto — morto, risorto, rimorto, con la costanza dei malati che salutano i parenti tre volte — e la festa che serviva a pagargli la carta invece resiste, intatta, con il nome del defunto sull’insegna, come la vedova che dopo trent’anni continua ad apparecchiare per due.

Ecco i fatti, che qui contano più dell’aggettivo. Vicenza, dal 17 al 20 settembre, Strada Maddalene 51. Il posto? Il piazzale dell’oratorio. I circoli mobilitati? Sessantacinque. I volontari? Sessanta, annunciati come fosse una leva. Gli ospiti nazionali? Contattati, si attende risposta. Il segretario provinciale è Luca Cislaghi, eletto a maggio, e la chiama “il nostro antidoto contro l’antipolitica”, come fosse un richiamo vaccinale. L’ultimo tentativo risale al 2016, era l’estate del referendum di Renzi, e finì come finì.

Primo punto: il nome. Nel 2008 il Pd appena nato le ribattezza “Feste Democratiche”, con tanto di logo nuovo. Sei anni di modernità. Poi nel 2014 arriva Renzi e riporta l’insegna di prima. Il rottamatore restauratore. È l’intero ventennio della sinistra dentro una pratica di toponomastica: si esce, ci si spaventa, si rientra, come l’adolescente che scappa di casa e telefona da via Roma perché lo vengano a prendere.

Secondo punto: il luogo. Berlinguer teorizzava l’incontro fra mondo cattolico e mondo comunista come progetto di egemonia nazionale, il compromesso storico. A Vicenza si realizza sotto forma di permesso parrocchiale per il palco e la friggitrice. Quarant’anni per arrivare al sagrato. La strategia riesce. Il partito no.

Ma il vero reperto è la lingua, ed è qui che bisogna fermarsi, perché quelle parole non sono parole: sono un alfabeto, e l’alfabeto è buono per ogni stagione, per ogni segretario, per ogni sconfitta.

A come ascolto (“ascoltare le persone”). B come basso, che va sempre preceduto da “dal”. C come comunità, la parola che non ha mai litigato con nessuno in vita sua. D come dibattito. E come esperti, che verranno. F come futuro, di cui si parlerà — mai al presente, il presente è materia sensibile. G come la gente, quel soggetto misterioso che sta fuori, oltre le stanze, e che va raggiunto con una spedizione, come fosse Livingstone. I come idee, che “camminano meglio quando si incontrano le persone”. L come laboratorio, che a Vicenza è “aperto”, perché il laboratorio chiuso lo si è già provato per dieci anni. M come mobilità, tema della serata. P come piazza, da “ritrovare”. R come ripartire, sempre “dai territori”. S come sicurezza, ora che si può dire anche a sinistra. T come territorio, appunto. Z come zero, che è il numero delle parole nuove nell’elenco.

Provate a datarle senza barare. 1979? 1994? 2013? Stamattina? Reggono tutte, e questo è esattamente il difetto: non invecchiano perché non contengono niente che possa invecchiare. Il vetro non arrugginisce. E “uscire dalle nostre stanze” è una formula che confessa il reato mentre lo denuncia: se devi annunciare che esci a cercare le persone, hai appena ammesso quindici anni passati a parlare da solo.

Il bersaglio dichiarato sono gli astenuti, quelli che non votano più per mancanza — dicono — di interlocutori credibili. La terapia? Un gazebo. Il dosaggio? Quattro serate. Non è ridicolo, è commovente: è la fede intatta nel fatto che il problema fosse logistico, che la crisi della sinistra si risolvesse con una piantina del piazzale e una griglia.

E attenzione, il rischio non è il flop. Il rischio è la riuscita. Le quattro serate calde, i militanti che si riabbracciano, il big nazionale che spiega che bisogna ripartire dai territori, l’applauso, la foto di gruppo, i bigoli. Lunedì mattina tutti a casa con la sensazione di aver fatto politica. Il rito serve a questo: ripetere gesti identici mentre fuori cambia tutto, per avere la prova che non stia cambiando niente.

Lo aveva capito Moretti, che di comunisti afasici se ne intendeva, e in Palombella rossa lo grida in faccia alla giornalista: “chi parla male, pensa male e vive male”. Trentasette anni dopo, il partito parla ancora quella lingua lì, e la lingua è tornata prima di lui.

Perché sull’aggettivo “aperto” non si spacca nessuna direzione. Sul presente sì. Il vuoto di senso non si riempie: si arreda, con i mobili del 1977, che costano meno di un’idea e non obbligano a scegliere.

Buona festa, comunque. I volontari che montano i tavoli restano la cosa migliore di quel partito: sono gli unici che quando dicono “costruire” costruiscono davvero qualcosa.

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