Il garbo fuori corso

di Arrigo Abalti · Novembre 4, 2026

Ugo Cappellacci ha presentato a Vicenza «La rivoluzione gentile», su invito di Erik Pretto e con Flavio Tosi. Un libro che pone alla politica domande più scomode di quanto lasci intendere il titolo

Abbiamo attraversato una lunga stagione in cui il garbo è stato considerato una debolezza di carattere, e la cortesia un vezzo da vecchia politica, da prima Repubblica, da gente che si dava del lei e si faceva la guerra per anni senza mai perdere il controllo dei propri aggettivi. Non era un mondo migliore, sia chiaro. Ma era un mondo in cui l’avversario restava un avversario, e non diventava un nemico da umiliare in diretta.

Ugo Cappellacci, che di quella politica ha conosciuto la coda e di questa conosce il frastuono, ha scritto un libro per rimettere in circolo una moneta che sembrava ritirata dal mercato. Presidente della Sardegna dal 2009 al 2014, oggi guida la commissione Affari sociali della Camera in quota Forza Italia. La rivoluzione gentile, con la prefazione di Gianni Letta e l’introduzione di Rita dalla Chiesa, nasce da un momento di fragilità, un problema di salute dell’autore, e dal desiderio di lasciare ai figli e ai nipoti un’idea della politica che non coincida con la rissa. Il ricavato va a una fondazione per la cura del diabete. Lunedì 2 novembre Cappellacci lo ha presentato a Vicenza, in una serata organizzata da Erik Pretto, deputato arrivato a Forza Italia dalla Lega, con Flavio Tosi, che la stessa strada l’aveva percorsa qualche anno prima.

Il libro si regge su tre parole: gentilezza, competenza e coraggio. Ma il suo merito maggiore è un altro. Lascia dietro di sé domande che conviene prendere sul serio.

La prima riguarda il confine. Dove finisce la gentilezza e comincia la debolezza? Quando la mediazione smette di essere un’arte e diventa una rinuncia a decidere? Chi ha frequentato la politica sa che quella linea esiste e che la si attraversa spesso senza accorgersene. La gentilezza che il libro descrive sta al di qua: è la disciplina di chi ha idee e accetta di misurarle con quelle degli altri, e la remissività non c’entra.

La seconda è la più insidiosa. Se la competenza è essa stessa una forma di gentilezza, come sostiene l’autore, allora il politico cortese ma impreparato è, in fondo, scortese. È un’idea che rovescia un luogo comune e che, applicata con rigore, svuoterebbe parecchie aule. L’educazione costa poco; lo studio costa molto di più. Chi decide per gli altri senza sapere commette una scortesia che nessun sorriso riesce a riparare.

Poi c’è la responsabilità, che il libro definisce come rifiuto dell’autoassoluzione, e la richiesta ai politici di saper chiedere scusa. È la parte più esigente, perché vale per tutti, compreso chi la propone. Se gli sia mai capitato di chiedere scusa, Cappellacci lo dice senza esitare: «Mi è successo e mi succede ancora, e di solito mi rispondono: allora sei normale».

Resta la politica di ogni giorno. La gentilezza verso l’avversario regge in campagna elettorale, o è un lusso da tempi di pace? Cappellacci ha presentato il libro anche con Dario Nardella, ex sindaco dem di Firenze, ed è un segnale. Ma nella sua stessa coalizione non mancano leader dal linguaggio tutt’altro che gentile, e il libro finisce per essere, che lo voglia o no, anche un messaggio alla propria parte.

La prova più concreta, per chi presiede la commissione che si occupa di salute, resta la sanità. Lì la gentilezza smette di essere una virtù privata e diventa organizzazione: liste d’attesa, medici e infermieri che mancano, il tempo per i caregiver. E lì si incontra anche il suo rovescio, le aggressioni al personale sanitario, la versione più brutale del bullismo civile. Il Veneto, che si presenta volentieri come un modello, avrebbe qualcosa da insegnare e qualcosa da correggere. Anche questa è una forma di gentilezza: verso chi aspetta in un pronto soccorso.

Tacito, nell’Agricola, mette in bocca a un capo dei Caledoni, Calgaco, la frase più severa mai scritta sulla prepotenza: dove fanno il deserto, lo chiamano pace. È il metodo di ogni bullo, in ogni epoca: svuotare il campo e chiamarlo vittoria. Nelle elezioni di metà mandato gli elettori americani hanno consegnato Camera e Senato all’opposizione del presidente che più di ogni altro ha fatto della prepotenza uno stile di governo. È lo stesso Paese che per più di trent’anni ha messo i suoi bambini davanti a Fred Rogers, il conduttore che parlava piano e si cambiava le scarpe in diretta. Non sarà la fine di un’epoca. Ma è un indizio che il garbo, dato troppo presto per fuori corso, conserva ancora un suo valore di scambio.

Le rivoluzioni gentili hanno il difetto di non fare rumore, e il pregio di non lasciare macerie. Un libro che, oltre a dare risposte, costringe a farsi domande compie un gesto meno ingenuo di quanto sembri. Perché la gentilezza, in politica, non è una moneta fuori corso: è quella che resta buona quando le altre hanno smesso di valere.

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