di Arrigo Abalti · Settembre 25, 2025
Il Tar del Lazio smonta il tariffario ministeriale: non bastano numeri vecchi e compromessi regionali. Dietro una sentenza apparentemente tecnica c’è la domanda cruciale: la sanità italiana vuole restare universale o si avvia, pezzo dopo pezzo, verso un sistema a due velocità?
C’è una formula che torna spesso nei dibattiti sul diritto: il giudice a Berlino. Quell’istanza di giustizia che, alla fine, si trova sempre, anche contro il potere più forte. È l’immagine che calza perfettamente alla recente sentenza del Tar del Lazio sul tariffario ministeriale della specialistica ambulatoriale.
Per la prima volta dopo vent’anni di rinvii e bricolage normativo, un tribunale ha messo nero su bianco ciò che molti sospettavano e pochi avevano il coraggio di dire: le tariffe della sanità italiana non poggiano su dati reali, ma su calcoli approssimativi, vecchi di dieci anni, ricavati da regioni che spesso non hanno fornito nemmeno gli studi richiesti. In altre parole, i prezzi pagati dal Servizio sanitario nazionale per milioni di prestazioni non hanno una base solida. Sono il prodotto di una burocrazia che ha smesso di misurare la realtà.
Il punto della sentenza
La decisione del Tar, n. 16402 del 22 settembre 2025, annulla – con efficacia differita di un anno – il D.M. 25 novembre 2024. L’illegittimità è chiara: difetto di istruttoria, mancanza di dati sui costi effettivi, mancata considerazione delle osservazioni di Agenas. Il campione usato per i laboratori era ristretto, squilibrato, poco rappresentativo. La Commissione tariffaria ha scelto scorciatoie, appoggiandosi ai tariffari regionali senza verificare come fossero stati costruiti.
Il Tar non ha voluto buttare il sistema nel caos, e ha concesso dodici mesi per rimediare. Ma ha fissato un principio che non si potrà più aggirare: le tariffe devono coprire i costi standard della produzione sanitaria, calcolati e dimostrati. Non possono essere il frutto di compromessi politici o del silenzio delle regioni.
Perché è una svolta
Perché tocca il cuore del modello universalistico. Pagare le prestazioni sotto costo significa condannare gli operatori ad arretrare, chiudere, ridurre qualità e quantità. Significa allungare le liste d’attesa nel pubblico e costringere chi può a rivolgersi al privato puro. Significa, soprattutto, creare una sanità a due velocità: il ricco che paga e si cura, il povero che rinuncia.
È la fotografia di ciò che già sta accadendo: non il crollo improvviso del sistema, ma la sua lenta erosione. Una spending review fatta in casa, dove al pubblico restano i diritti e al privato accreditato i doveri, produce un corto circuito: si risparmia sulla carta, ma si paga di più in tribunali, in diseguaglianze, in salute negata.
La corresponsabilità delle Regioni
Non basta puntare il dito sul Ministero della Salute. Le Regioni hanno la loro parte di colpa. I tariffari regionali, base di tanti calcoli nazionali, spesso sono costruiti senza studi di costo aggiornati. Nel 2015 furono richiesti: molte Regioni non risposero. Oggi continuiamo a costruire bilanci sulla sabbia. È un’amministrazione che guarda nello specchietto retrovisore mentre il mondo corre.
Uno specchio europeo
Se allarghiamo lo sguardo all’Europa, il paradosso è lampante. L’Italia spende per la sanità meno della media Ue, eppure fatica più di altri a garantire accesso e sostenibilità. Perché? Perché invece di misurare i costi reali, preferiamo congelare i numeri e rinviare le decisioni. In Germania, in Francia, nei Paesi nordici, la revisione tariffaria è ciclica, trasparente, fondata su dati. In Italia diventa un campo di battaglia tra ministeri, regioni e lobby, con i cittadini come spettatori.
Le domande che restano
Questa sentenza apre un varco. Ma non basta annullare un decreto: serve un cambio di paradigma.
- Siamo disposti a misurare davvero i costi della sanità?
- Accettiamo che alcune prestazioni costano di più e vanno pagate di più, se vogliamo continuare ad averle?
- Vogliamo un sistema universale che funzioni, o un simulacro che garantisce tutto a tutti solo sulla carta?
- Ministero e Regioni sono pronti a un patto di trasparenza sui dati, invece che a scaricarsi colpe a vicenda?
L’ultima occasione
Il Tar ha dato un anno di tempo. Non un giorno di più. Se tra dodici mesi le nuove tariffe saranno di nuovo frutto di compromessi e non di dati, il sistema si spezzerà. Non con un crollo spettacolare, ma con l’erosione silenziosa che già vediamo: prestazioni che scompaiono, personale che se ne va, cittadini che rinunciano a curarsi.
Il mugnaio di Brecht trovò il suo giudice a Berlino. Le associazioni di categoria – UAP, AISI, ANMED, AIOP, FederAnisap – hanno trovato il loro a Roma. Ora tocca alla politica, al Ministero e alle Regioni dimostrare che il Servizio sanitario nazionale non è una finzione contabile, ma una promessa reale.
Perché non è in gioco solo un tariffario: è la tenuta di un modello che ci ha reso uguali di fronte alla malattia. Ed è questo, più di ogni altro decreto, che rischiamo di perdere.



