Il grifo e il leone

di Arrigo Abalti · Maggio 20, 2026

 

Un minuto e trentasette secondi. Tanto serve, ad Arzignano, per capire come finisce questa campagna elettorale. Non con uno scontro di visioni sulla città. Non con due o tre idee diverse di Arzignano messe a confronto. Non con un programma contro un altro programma. Finisce con un video di intelligenza artificiale. Sulla colonna della piazza, dove da secoli troneggia il Grifo araldico della città del cuoio, l’algoritmo ha issato un cucciolo bianco di peluche con gli occhi alla Pixar e lo scudo della città stretto tra le zampe come un bambino che porta in giro l’orsacchiotto. È Riccardo Masiero, candidato sindaco del centrodestra. In basso, alla base della colonna, un leoncino con la maglietta verde, probabilmente la catena d’oro al collo e gli occhiali fotocromatici da uomo che sa stare al sole. Si arrampica. Scivola. Riprova. Scivola ancora. Il leoncino è Enrico Marcigaglia, candidato della Lega-Liga Veneta che ad Arzignano corre da sola. Colonna sonora da Domenica Sportiva del 1976. Manca solo la voce di Tito Stagno: «E adesso il leoncino prova la sua quinta arrampicata».

Il programma, in tutto questo, è ornamento. Conta l’atmosfera. Conta il grifo Masiero, che da settimane parla agli arzignanesi col registro del bravo ragazzo della porta accanto, sobrio, calmo, force tranquille senza nemmeno scomodare Mitterrand — uno che non urla, non offende, non rivendica, e che da quando lo hanno silurato a dicembre ha capito che la stabilità si comunica stando fermi mentre gli altri si agitano davanti alla telecamera. Conta il leone Marcigaglia, che ha passato la stessa campagna a girare monologhi dall’ufficio, declinati su TikTok e sugli altri social con quella precisione un po’ ossessiva di chi ha sempre vissuto dietro le quinte e all’improvviso si scopre davanti all’obiettivo senza un set, senza un copione, senza un’atmosfera. Una telecamera dritta, e via con la pillola del giorno. È la politica delle stories, non quella delle piazze. È il regista che ha sempre detto agli altri cosa fare, e che adesso deve dire qualcosa lui, da solo, davanti a uno schermo, e scopre che davanti allo schermo non basta avere ragione, e neanche ritenere di averla. Bisogna generare un’atmosfera. E l’atmosfera, in questa campagna, ce l’ha uno solo. Il video di ieri, in un minuto e trentasette secondi, ha messo questa asimmetria nella forma più crudele possibile: il grifo statuario in cima alla colonna, il leoncino che si agita ai piedi della colonna. Chi ha già un’atmosfera non si muove. Chi non ce l’ha scivola davanti a tutti.

Lo spasso sta nei dettagli, e i dettagli sono cesellati con la precisione del miniaturista che odia. Gli occhiali fotocromatici sono i suoi: non un accessorio scelto a caso, l’identikit. La maglietta non è verde, è il verde — il verde Lega, l’etichetta di partito appiccicata addosso al peluche come una pettorina sopra il maglione. E poi c’è il movimento, che è la perfidia tecnica. L’algoritmo non fa fare al leoncino un’azione politica. Gli fa fare un’azione fisica. Non lo mette a parlare, a fare campagna, a stringere mani. Lo mette a salire e cadere. Con la tenacia patetica del peluche che non sa di essere stato programmato per non riuscire. È il dileggio elevato a regia. È — diciamolo — anche divertente. Se non sei il leoncino.

E il leoncino, da ieri, è in una posizione politicamente difficile. Se reagisce, conferma di essere il leoncino. Se non reagisce, sembra debole. Se ride, sembra subire. Se piange, non capisce. Quaranta secondi di intelligenza artificiale e l’avversario è classificato per i prossimi cinque anni. Marcigaglia, da ieri, ha la maglietta verde addosso anche quando non ce l’ha. Ha la catena d’oro al collo anche quando ha la cravatta. Ha gli occhiali fotocromatici anche al chiuso. È diventato il proprio peluche, e dal proprio peluche non è semplice tornare indietro. Lo guarderanno così — non solo gli avversari, gli amici. Non solo i militanti, i vicini di casa. Non solo gli elettori. Perché il problema dei video di questo tipo non è che facciano ridere. È che, una volta visti, non si dimenticano. E ad Arzignano sono già stati visti.

Nelle Cronache di Narnia, l’armadio si apriva nella stanza di una residenza blasonata della campagna inglese, e dall’altra parte c’era un mondo di fantasia: il fauno con l’ombrello, il lampione innevato, il leone Aslan che era la metafora del Cristo, la Strega Bianca che era la metafora del male, quattro fratelli Pevensie che imparavano a diventare re e regine. Stavolta l’armadio si è aperto su Arzignano. Dall’altra parte, c’è un grifo e c’è un leone. Aslan non è la metafora del Cristo: è il candidato della Lega che corre da solo e scivola dalla colonna. Il Grifo non è l’animale araldico dell’antica città: è il vicesindaco silurato che si è preso il simbolo. E state tranquilli che, da qui al 24 maggio, ci saranno fauni e marmotte parlanti da qualche parte. Bisogna solo aspettare. Magari un castoro col cappello che porta l’endorsement di un partito provinciale. Magari una talpa con la cravatta che reca i saluti dei sindaci della valle. Magari un cerbiatto venetista che sventola la bandiera di San Marco. L’intelligenza artificiale, ad Arzignano, ha imparato a riempire l’armadio. E quando l’armadio è aperto, non si chiude più: produce bestiario al ritmo di una campagna elettorale che ha rinunciato alle idee e ha scoperto il prompt.

Il problema non è il video. Il problema è che il video è la sintesi di quello che resta.  I PFAS, l’ospedale, la pelle, la viabilità di valle — temi grandi, complicati, che richiedono  studio, mediazione, anche un po’ di noia istituzionale, sono stati spazzati via in un minuto e mezzo. Adesso si gioca sui peluche. Una città che vive di cuoio vero, di concerie vere, di operai veri che timbrano il cartellino alle sei del mattino, sceglierà il proprio sindaco guardando un grifo bianco di peluche che troneggia su una colonna animata. È la rivoluzione che non si aspettava nessuno. Non quella delle Case di Comunità. Non quella della transizione ecologica del distretto. Quella dell’IA che sostituisce il volantino, il manifesto, il santino, il porta a porta. Un minuto e trentasette secondi al giorno e l’agenda mediatica è tua.

Resta solo da chiedersi cosa diranno gli arzignanesi quando, fra cinque anni, si chiederanno cos’è successo il 24 maggio 2026. Probabilmente non si ricorderanno il programma. Non si ricorderanno i comizi. Non si ricorderanno gli endorsement. Si ricorderanno un minuto e mezzo di animazione: un grifo che troneggia, un leoncino che scivola, una colonna sonora da Domenica Sportiva. Forse è poco. Forse, in fondo, è esattamente quello che la politica meritava di diventare nel 2026. Un cartone animato.

 

CONDIVIDI SU

[wpzoom_social_icons id="12577"]