Un Paese per vecchi

di Arrigo Abalti · Luglio 19, 2026

L’Italia è un Paese in cui, ogni anno, entrano nel mondo del lavoro meno persone di quante ne escano. Detta così sembra una notizia da pagina economica, di quelle che scorrono via tra un dato e l’altro. È invece la faglia sotterranea su cui poggia tutto il resto: negli ultimi dieci anni abbiamo perso 330 mila giovani tra i 15 e i 34 anni, mentre entro il 2029 oltre 3 milioni di lavoratori lasceranno il proprio posto per raggiungere la pensione. Da una parte una generazione che si assottiglia, dall’altra un esodo silenzioso e programmato. In mezzo, un vuoto che nessuno ha ancora deciso come colmare.

Lo dice la Cgia, che non è un centro studi incline al catastrofismo ma l’osservatorio degli artigiani e delle piccole imprese, cioè di chi il problema lo tocca con mano ogni mattina: il capannone che cerca un tornitore e non lo trova, il cantiere che rincorre un carpentiere, la concia che forma tecnici con gli ITS perché il mercato non ne offre più. Il paradosso è tutto qui: un Paese con milioni di posti che si libereranno e sempre meno braccia e teste per occuparli.

Le conseguenze non sono astratte. La prima è occupazionale: interi comparti del made in Italy — la meccanica, l’edilizia, la manifattura di distretto che è l’ossatura del Veneto — rischiano di non trovare eredi. Non è una crisi di domanda: è una crisi di offerta di lavoro, che è cosa più insidiosa perché non si risolve con un incentivo o con un bonus. La seconda conseguenza è previdenziale, ed è ancora più severa: il nostro sistema pensionistico si regge su un patto tra generazioni in cui chi lavora paga le pensioni di chi ha lavorato. Ma se i lavoratori diminuiscono e i pensionati aumentano, il patto si sbilancia. Le proiezioni parlano di una spesa previdenziale destinata a salire fino al 17 per cento del Pil nel 2040: quasi un quinto della ricchezza nazionale assorbito dalle pensioni, con tutto ciò che ne consegue in termini di risorse sottratte a sanità, scuola, investimenti.

Davanti a numeri così, le risposte di corto respiro non bastano più. Servono almeno tre linee di intervento, e servono adesso.

La prima è demografica: politiche per la natalità serie, strutturali, pluriennali, che rendano meno eroica la scelta di mettere al mondo un figlio. Non misure spot da legge di bilancio, ma un disegno che tenga insieme casa, asili, fisco, lavoro femminile.

La seconda è migratoria, e va detta senza infingimenti ideologici da una parte e dall’altra: l’Italia ha bisogno di un’immigrazione governata, formata, integrata. Non c’è distretto produttivo del Nordest che oggi possa fare a meno del lavoro straniero; il tema non è se, ma come — con quali percorsi di formazione, con quale accompagnamento, con quale reciprocità di doveri e diritti.

La terza è previdenziale: se la pensione pubblica di domani sarà inevitabilmente più leggera di quella di oggi, occorre dire ai trentenni la verità e dare loro strumenti concreti per costruirsi un secondo pilastro. Il risparmio previdenziale volontario — fondi pensione, previdenza complementare — non può restare una materia per addetti ai lavori: deve diventare educazione civica, quasi un’alfabetizzazione di massa, incentivata fiscalmente e spiegata nelle scuole e nelle aziende.

Il tempo, in demografia, non si recupera. Le culle vuote di oggi sono i posti di lavoro scoperti tra vent’anni e le pensioni a rischio tra quaranta. La Cgia ha fatto il suo mestiere: ha messo i numeri sul tavolo. Ora tocca alla politica fare il proprio, che non è commentare i dati ma cambiarli. Perché un Paese che smette di ringiovanire non è un Paese che invecchia soltanto: è un Paese che rinuncia, un pezzo alla volta, al proprio futuro.

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