I genitori al telefono

di Redazione · Luglio 20, 2026

 

Centotrentadue telefonate in sei mesi, a Vicenza. Dall’altra parte del filo quasi sempre una madre separata, e la frase che ricorre è di tre parole, le più difficili da pronunciare per chi ha passato la vita a farcela per forza: non ce la facciamo. Non chiamano per sé, precisano al centro Donna chiama donna, che pure di donne ferite se ne intende. Chiamano per i figli. Adolescenti che si spengono davanti a uno schermo, che mollano la scuola, che rispondono con un’aggressività di cui nessuno trova l’origine, come un rumore nel motore che il meccanico non sa spiegare.

Una volta al centro d’ascolto si arrivava per i lividi. Ora si arriva per un silenzio: quello di un ragazzo chiuso in camera. Sotto la richiesta c’è quasi sempre la stessa geografia: una separazione, una conflittualità mai spenta con l’ex, e l’assurdo burocratico dei percorsi di sostegno che richiedono la firma di entrambi i genitori — così chi rema contro può affondare la scialuppa semplicemente non salendoci.

Ma quel centralino racconta solo metà della casa. Dall’altra parte di ogni separazione c’è quasi sempre un padre, e sarebbe ingenuo credere che il figlio chiuso in camera faccia meno male a lui. La differenza non sta nel dolore: sta nella mappa. Le madri, a Vicenza, hanno un centro con una sede, una storia, dei professionisti. I padri hanno una sala accanto al bar parrocchiale di Torri di Quartesolo, dove l’associazione Papà Separati apre due sere al mese grazie a volontari che ci sono già passati, con uno psicologo che regala il suo tempo. Da una parte un’istituzione, dall’altra una panchina di reduci che si tengono su a vicenda. E non è colpa di nessuno, ma dice tutto: al dolore delle madri abbiamo dato un indirizzo, a quello dei padri un calendario. Con l’aggravante più antica di tutte: a un uomo nessuno ha mai insegnato a dire non ce la faccio, e così le madri lasciate sole chiamano, i padri lasciati soli tacciono — e il silenzio del padre e quello del figlio chiuso in camera, a ben guardare, sono lo stesso silenzio che si tramanda.

Eppure quelle centotrentadue telefonate restano la parte luminosa della storia. Perché ogni numero composto è un genitore che non si è arreso e ha fatto la cosa più coraggiosa che un adulto possa insegnare a un adolescente in difficoltà: chiedere aiuto. I figli, che sembrano non ascoltare mai, queste cose le sentono. E prima o poi — di mamma o di papà — imparano il numero.

 

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