Il non scritto delle urne

di Redazione · Maggio 26, 2026

I numeri dicono chi ha vinto. La filigrana dice perché. Sono due letture diverse. La seconda è quella che conta

 

Il numero che governa tutti gli altri.

Prima dei nomi, prima delle feste, prima dei comunicati stampa con le fotografie dei vincitori, c’è un dato che nessuno vuole mettere nella prima riga. La media di affluenza nel Vicentino si attesta al 52,95%, di quasi dieci punti più bassa rispetto alla scorsa tornata elettorale amministrativa negli stessi Comuni. Il morbo dell’astensione è arrivato anche alla politica locale, quindi non è più qualcosa di lontano. Ci riguarda da vicino, significa che il mito delle fasce tricolori inizia ad andare in crisi. Il 50% circa dei cittadini ha preferito rinunciare al diritto di scegliere, o forse, come pensiamo in molti, ha deciso che la politica locale è come quella nazionale. Nessuna differenza. È un tema su cui va fatta una riflessione, magari un po’ di autocritica e meno retorica trionfale. Aiuterebbe.

Quasi dieci punti. In un solo ciclo elettorale. Non è un calo fisiologico. È uno smottamento. Il terreno si muove sotto i piedi della democrazia locale e i vincitori festeggiano sul bordo della frana. Ogni risultato che segue è figlio di questo numero. Teniamolo presente.

 

Arzignano. Il 68% è la Cassazione

Riccardo Masiero — Forza Italia, Liga Veneta, Fratelli d’Italia, Assieme per Arzignano, lista Masiero Sindaco — è il nuovo sindaco con il 68,51% delle preferenze, avendo la meglio su Enrico Marcigaglia della Lega, su Luca Amato Lazzaroni del PD e su Mauro Perozzo di Nova Repubblica Arzignano.

Sessantotto virgola cinquantuno. Non è una vittoria politica. È un’esecuzione. La Lega aveva scelto di correre da sola, con il nome di una sindaca nel frattempo diventata consigliera regionale. L’imitazione del modello Zaia era evidente a tutti, quindi difficile da credere. Con tutto il rispetto, Bevilacqua non è Zaia. I cittadini sembrano non aver gradito le manovre dopo l’elezione in Consiglio Regionale della sindaca uscente, che aveva lasciato il suo nome sul simbolo del candidato Marcigaglia.  Aveva lasciato il nome come si lascia un pegno in una partita che non si vuole più giocare. Il pegno è tornato indietro. Con gli interessi.

Masiero ha vinto perché ha costruito la coalizione invece di difendere il recinto. Ha costruito ponti dove Marcigaglia innalzava muti.  Ha capito che per vincere in una città devi volerla intera. Non la metà identitaria. Non la fetta garantita dalla tessera di partito. Intera. È la lezione di Arzignano. È anche la lezione che il centrodestra veneto non ha ancora finito di imparare — e il caso di Arcugnano, che leggerete dopo, lo conferma in modo spietato. “Sarò il sindaco di tutti” ha commentato a caldo Masiero. E questo è già un programma elettorale. Fine delle rappresaglie, rispetto per l’avversario, evaporazione della cultura del nemico.

 

Lonigo. L’invincibile.

Pier Luigi Giacomello si conferma sindaco di Lonigo al primo turno, senza passare per il ballottaggio. Un risultato in parte inatteso, considerando la presenza di altri quattro candidati e ipotizzando una probabile dispersione del voto.  Il sindaco uscente è stato rieletto con oltre il 58% delle preferenze, avendo la meglio su Luca Restello, Silvano Marchetto, Emanuela Vigolo e Valerio De Toni.

Cinque sfidanti. Nessun ballottaggio. C’è una differenza precisa tra chi difende una poltrona e chi difende una reputazione. Giacomello lo sa. E lo ha dimostrato. I ritorni non funzionano più.

 

Malo. Il plebiscito che non fa notizia

Plebiscito per Moreno Marsetti, che si impone sulla candidata Luciana Silvestri con il 74,53% dei voti. Tre quarti degli elettori. Le vittorie troppo nette non fanno rumore. Fanno storia.

 

Arcugnano. Il centrodestra si impicca da solo

Questa è la storia più istruttiva della tornata vicentina. Merita d’essere raccontata senza sconti.

Arcugnano arrivava al voto dopo una crisi istituzionale profonda. Si votava dopo lo scioglimento anticipato del Consiglio e l’arrivo del commissario straordinario, nominato dal Presidente della Repubblica il 3 febbraio 2026, a seguito delle dimissioni contestuali di otto consiglieri su dodici. Un paese che aveva già pagato il prezzo della politica. Un paese che meritava una risposta all’altezza.

Il centrodestra ne ha offerta una sola: la divisione. Simona Siotto portava il profilo di Fratelli d’Italia, Lega e un gruppo di civici, consigliera comunale a Vicenza ed ex assessore nella giunta Rucco.  Flavia Zolla si presentava con una lista dentro alla quale c’era Forza Italia. Due candidature. Due pezzi dello stesso campo. Nessuno dei due disposto a cedere. Il risultato è aritmetico prima ancora che politico.

Simone Cuomo — lista civica di centrosinistra — ha totalizzato 1.797 voti, il 46,20%. Siotto si è fermata al 35,12%, Zolla al 18,69%.  Siotto più Zolla fanno oltre il 53%. Il centrodestra unito avrebbe vinto. Diviso ha perso. Non c’è altro da aggiungere, se non una domanda: chi ha convinto Forza Italia ad Arcugnano che valesse la pena correre contro Siotto? E chi risponde adesso di quella scelta?

Il commissario era appena andato via. La lezione del crollo istituzionale era ancora fresca. Non è bastata. Ad Arcugnano il centrodestra ha recitato la stessa commedia che aveva già scritto il copione del disastro. E il centrosinistra ha vinto con meno voti della somma degli avversari. È la vittoria più fragile di questa tornata. Ma i fragili, in politica, siedono ugualmente e spesso dimostrano più solidità di chi la autoproclama.

 

Recoaro. La democrazia sopravvive al boicottaggio.

Negli ultimi giorni di campagna elettorale, l’ex sindaco Franco Viero e il vicepresidente della Pro Loco avevano invitato sui social a disertare il voto per consentire l’arrivo del commissario prefettizio. È una strategia che ha un nome: ricatto democratico. Usare l’astensionismo come arma. Chiedere ai cittadini di rinunciare al proprio diritto per colpire un avversario. L’affluenza si è fermata al 54,60%, ampiamente sopra il quorum del 40%. Cunegato ha ottenuto 2.557 voti validi su 2.702 votanti.

La minaccia esterna compatta i tiepidi. Sempre. Chi aveva scommesso sul vuoto ha perso. Ma la ferita resta: «È stata una campagna elettorale bruttissima», commentano in via riservata dall’amministrazione uscente. «Ora sarà importante ricucire il clima in paese». Ricucire. Parola giusta. Operazione lunga.

 

Cogollo del Cengio. Chi se ne va e torna

Dopo due mandati da assessore seguiti da dieci anni lontano dalla politica attiva, Massimiliano Maculan conquista la fascia di sindaco di Cogollo del Cengio, battendo l’uscente Gildo Capovilla. Maculan con la lista Progetto per Cogollo ha ottenuto 933 voti pari al 53,56%, superando Capovilla fermo a 809 voti, il 46,44%.

Cogollo ha scelto chi se n’era andato rispetto a chi era rimasto. Non è ingratitudine. È il segnale che la continuità, quando non porta novità, diventa stasi. La stasi si paga.

 

Castegnero Nanto. Il ribaltone dell’ultima urna

Prima elezione nella storia di un comune che non esisteva sei mesi fa. Due ex sindaci, uno per parte, a contendersi la guida di una comunità che deve ancora imparare a dirsi tale. Manuela Vecchiatti ha superato Marco Montan con 1.529 voti contro 1.402. Il risultato è rimasto in bilico fino all’ultima sezione scrutinata: nelle sezioni dell’ex comune di Nanto, Vecchiatti ha costruito il vantaggio determinante.

Per la maggior parte del pomeriggio sembrava che Montan potesse vincere senza problemi. Poi l’arrivo dei voti di Nanto ha ribaltato tutto. Nanto ha deciso. Il piccolo ha avuto l’ultima parola. Due paesi fusi per legge non diventano una comunità per decreto. Ci vuole tempo, e qualcuno che ci creda. Vecchiatti ha detto che l’obiettivo è fare comunità. È l’unica cosa giusta da dire. Adesso bisogna farla.

 

Albettone. Joe Formaggio perde in casa propria

Ad Albettone la sfida si giocava su un crinale netto: da una parte la continuità incarnata da Patrizio Carotta, forte anche della presenza dell’ex consigliere regionale Joe Formaggio, figura che qui aveva lasciato un’impronta profonda con un ciclo politico iniziato nel 2009. Dall’altra la discontinuità proposta da Raissa Balsemin, 35 anni, già capogruppo di minoranza, con la civica Rinnoviamo Albettone.

Balsemin ha ottenuto il 55,8% dei voti, vincendo il duello con Carotta.  Trentacinque anni. Ex capogruppo di minoranza. Vince nel comune dove Formaggio era stato tutto per sedici anni. È la notizia politica più sottovalutata di questa tornata. Formaggio è un marchio nel centrodestra veneto. E quel marchio, nel paese dove aveva costruito tutto, non ha retto. Anzi: ha pesato nel senso contrario. I comuni piccoli non votano le bandiere regionali. Votano le persone. E quando le persone mancano, le bandiere restano aste vuote.

 

Posina. La montagna non dimentica chi c’è

Adelio Cervo è stato eletto sindaco di Posina con 241 voti pari al 66,21%, superando Andrea Cecchellero — ex consigliere regionale ed ex sindaco — fermo a 123 voti, il 33,79%.  Due terzi contro un terzo. Il curriculum non vota. Votano le persone. E la montagna premia chi resta, non chi torna.

 

Nove. Il ritorno e la responsabilità doppia

Luca Rebellato, con la lista Per Nove, è stato eletto sindaco con 1.284 voti pari al 49,16%, superando Alessandro Pigatto di Nove Concreta con 882 voti e Paolo Zanon di Nove al Centro con il 17,08%.  Rebellato era già stato sindaco. Era arrivato il commissariamento. È tornato. Il paese lo ha rivoluto. Non è redenzione automatica. È una fiducia rinnovata che pesa il doppio proprio perché viene dopo una crisi. Chi riceve una seconda chance governa sempre sapendo che non ce n’è una terza.

 

La filigrana

Prendiamo i dieci comuni insieme e guardiamo il disegno che ne esce.

Il centrodestra ha vinto quasi ovunque. Ma non per la forza del centrodestra. Ha vinto dove è stato largo, dove ha costruito coalizioni invece di difendere simboli, dove ha messo la città davanti al partito. Ha perso — o quasi — dove ha creduto che il simbolo bastasse. Arzignano insegna che la coalizione è forza, non imbarazzo. Arcugnano insegna che la divisione è una condanna che ci si infligge da soli, e che il centrosinistra può vincere anche quando prende meno voti della somma degli avversari, purché quegli avversari siano abbastanza stupidi da presentarsi separati.

Formaggio perde in casa. La Lega di Arzignano viene polverizzata. Zolla fa perdere Siotto e consegna il paese al Centrosinistra per la prima volta. Premio Tafazzi a Forza Italia. Sono tre sconfitte dello stesso tipo: l’idea di ritenersi così vincenti o indispensabili da far perdere il collega della stessa area politica. In fondo in Veneto è l’unico modo che ha il centrosinistra di vincere. Sempre sugli errori e sulle divisioni del centrodestra.

E poi c’è quella voragine silenziosa. Quasi dieci punti di partecipazione evaporati. Nessuno dei vincitori ha vinto contro l’astensionismo. Nessuno ci ha nemmeno provato davvero. Ognuno ha parlato alle sue tifoserie. I comunicati di ieri sera parlavano di squadre, di lavoro, di futuro. Nessuno ha nominato quella metà sempre più larga che ha scelto il divano.

È lì che si decide il destino della democrazia locale. Non nelle coalizioni. Non nei simboli di partito. Nella capacità — sempre più rara — di convincere qualcuno che valga ancora la pena alzarsi e scegliere.

Convincerlo non è un diritto acquisito. È un lavoro quotidiano. E nessuno lo sta facendo. Ma ad ogni tornata elettorale il partito dell’astensione cresce. Ora anche nei comuni.

I neo eletti hanno anche questa sfida davanti, appuntarsi che tra cinque anni, se lavorano bene, potrebbero far alzare dal divano il cittadino che è rimasto seduto.

 

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