di Arrigo Abalti · Maggio 26, 2026
C’è una regola non scritta dell’ultimo giorno di campagna elettorale: chi è arrivato fino a qui senza scivolare, non scivola più. Cala la luce, cala il silenzio, cala il momento in cui ciascuno si guarda allo specchio e fa il proprio bilancio personale. Sul nostro tavolo, alla redazione di Buongiorno Vicenza, dopo trenta giorni di feed scrollati, video Instagram visti due o tre volte di seguito per capire se erano voluti così o no, post di Facebook stampati per memoria d’archivio, è il momento di consegnare il premio per la peggior campagna elettorale del Vicentino al voto. Non è un premio di simpatia. Non è un premio politico. È un premio comunicativo — chi ha sbagliato il modo, non necessariamente il merito. E i candidati al premio sono tre. Hanno fatto tutti bene un sacco di cose. Hanno fatto malissimo le tre cose che la gente, di loro, si ricorderà. Cominciamo.
Terza posizione: Pier Luigi Giacomello, Lonigo. Sezione: occhiali da sole. Il sindaco uscente di Lonigo, civico di lungo corso, oggi sostenuto da un centrodestra a quattro simboli che cinque anni fa era la sua opposizione, ha un problema con un accessorio. Gli occhiali da sole. Li mette, li toglie. Compaiono, scompaiono. Inizia un video con gli occhiali, finisce senza. Inizia senza, finisce con. Apre una diretta a piazza centrale con la montatura tirata su in fronte come Marcello Mastroianni e finisce con gli occhiali sul naso come Roberto Vecchioni nel 1981. Il problema non sono gli occhiali. Il problema è che gli occhiali raccontano una cosa che lui non vuole raccontare e i suoi consulenti di immagine — perché qualcuno glielo ha consigliato, è impossibile credere il contrario — non riescono a sistemare: che il sindaco uscente di Lonigo non sa più chi è. È civico ma sta col centrodestra, è di Lonigo ma riceve Salvini, è il sindaco di sempre ma deve giustificare ogni due giorni una nuova alleanza. Gli occhiali da sole, in politica, hanno una funzione precisa: nascondono lo sguardo. E uno sguardo che si nasconde, in un sindaco uscente, è il sintomo di una campagna in cui non si sa più che faccia fare. Premio per il candidato che ha trasformato un Ray-Ban nel proprio inconscio. Ma questo non gli ha impedito di vincere al primo turno perché, alla fine, l’occhiale da sole rimane un accessorio. Consiglio non richiesto al sindaco Giacomello: provi le lenti fotocromatiche.
Seconda posizione: Luca Restello, Lonigo. Sezione: la faccia arrabbiata che diventa un sorriso. Avvocato, ex sindaco di Lonigo nel 2015, si è candidato con il centrodestra “civico-autentico” contro Giacomello che il centrodestra eretico lo ha preso in dote. Restello è arrabbiato. Anzi, sta sempre per essere arrabbiato. I suoi video cominciano con una faccia che annuncia la denuncia, l’incoerenza, l’allarme, la macchina del fango, il tradimento, lo scandalo, la rivolta dei
leoniceni. Cipiglio teso. Occhi un po’ bassi. Mandibola contratta. Poi, intorno al secondo dodici, accade qualcosa che ad ogni video si ripete identico: un sorriso, mezzo sorriso, una distensione del viso, un’apertura involontaria — come se a Restello, sempre nel medesimo punto della sequenza, fosse venuto in mente quello che il suo consulente gli aveva detto a colazione: «Luca, ricordati di sorridere. Non puoi essere sempre incazzato. La gente non vota gli incazzati». Lo sforzo è visibile. Lo si vede galleggiare in superficie. È la lotta interna fra l’avvocato che vorrebbe gridare al sindaco trasformista e il candidato sindaco che sa che alle 19.30 del telegiornale serale, un viso teso non porta voti. Vince il candidato sindaco. Ma di poco. E il sorriso, quando arriva, ha la qualità faticosa di chi recita un mestiere che non è il suo. Restello da arrabbiato è autentico. Restello da sorridente sembra l’avvocato che racconta al cliente una sentenza sfavorevole cercando di farla apparire una vittoria. Premio per il candidato che ci ha mostrato, fotogramma per fotogramma, lo scarto fra la propria natura e la propria strategia.
Vincitore del premio peggior campagna elettorale del Vicentino 2026: Enrico Marcigaglia, Arzignano. Sezione: il cerotto sulla bocca per la libertà di stampa. Era difficile fare peggio. Marcigaglia ci è riuscito. Il candidato della Lega-Liga Veneta che ad Arzignano ba corso da solo, in piena campagna, ha pubblicato sui propri canali social, fra i tanti, un contenuto in cui appare con un cerotto sulla bocca per denunciare un presunto attacco alla propria libertà di parola. Cerotto ben centrato, fotografato a mezzo busto. Il riferimento iconografico, evidente a chiunque sia stato in una libreria negli ultimi dieci anni, è quello dei reporter sequestrati, dei giornalisti d’inchiesta minacciati, dei dissidenti delle democrazie illiberali. Quello di Anna Politkovskaja prima di essere uccisa. Quello dei colleghi turchi messi in carcere da Erdoğan. Quello dei giornalisti del Cremlino fatti sparire negli anni Duemila. Marcigaglia ha indossato quel cerotto perché si lamentava di un articolo non scritto. Anzi, di alcuni articoli non scritti. Su giornali locali. Su giornali italiani. In un Paese in cui c’è libertà di stampa formale, libertà di stampa sostanziale, e in cui Marcigaglia stesso, fino a sei mesi fa, era portavoce del sindaco uscente — cioè colui che gestiva, in proprio, i rapporti con i giornalisti locali. È il livello più alto di sproporzione comunicativa toccato in questa campagna. Il candidato che fino all’altro ieri scriveva i comunicati stampa di Bevilacqua oggi si presenta sul suo profilo con la faccia di Saviano sotto scorta. Un equivalente politico del minorenne che si lamenta della censura dei genitori dopo che gli hanno tolto il telefonino. Il problema, naturalmente, non è il merito. Il problema è il registro. Confondere il proprio fastidio personale con la libertà di stampa significa non avere idea né dell’uno né dell’altra. E, in una campagna che si è chiusa ieri con il plebiscito per Riccardo Masiero, ha consegnato ai propri avversari — già impegnati a infilarlo dentro un video con la maglietta verde e gli occhiali da sole — il regalo definitivo: la propria immagine, con un pezzo di carta autoadesiva sulla bocca, che resterà come fotografia simbolica di questi trenta giorni anche dopo la chiusura dei seggi.
Premio per la peggior campagna elettorale del Vicentino 2026, dunque: ad Enrico Marcigaglia. Per aver creduto che la libertà di stampa fosse una cosa che si difende con un cerotto, e non con il rispetto della sgradevole vocazione del giornalismo locale a fare il proprio mestiere.
Ai vincitori della menzione speciale, Restello e Giacomello, vanno invece la nostra ammirazione e il nostro affetto: avere un consulente di immagine non è facile, ascoltarlo è ancora più difficile, e il fatto che entrambi abbiano provato — Restello con il sorriso, Giacomello con gli occhiali — dimostra un’umiltà che a Marcigaglia, con quel cerotto, è mancata del tutto.



