Il Paese che ha paura della vecchiaia, ma non vuole pagare il ticket del futuro

di Redazione · Luglio 8, 2025

Tre italiani su quattro hanno paura. Non della guerra. Non del meteo. Non nemmeno dell’inflazione o dei talk show domenicali. Hanno paura della sanità. Anzi, più precisamente: della vecchiaia, della malattia, della solitudine nella sala d’attesa. Eppure, se si chiede loro: “Paghereste un po’ più di tasse per migliorarla?”, uno su tre alza la mano. Gli altri si ritraggono, come davanti a un ago del prelievo

 

È il nuovo paradosso italiano, raccolto dalla OCSE nel rapporto “Risks That Matter 2024”: l’80% teme di non accedere a cure di qualità, il 74% ha paura della non autosufficienza, e l’83% crede che il futuro sarà un eterno inverno di incertezza. Ma poi, quando si parla di mettere mano al portafoglio, anche solo un 2% di tasse in più, l’entusiasmo crolla. Il problema non è che siamo stanchi. È che siamo diventati scettici. Della politica. Dello Stato. Dell’intelligenza artificiale. Delle promesse in pdf.

Invecchiare è un lusso. Pagare per invecchiare, un’ingiustizia

Il dato più allarmante non è la preoccupazione per la malattia – quella, in fondo, è da sempre parte del nostro repertorio antropologico – ma il cortocircuito logico: vogliamo più sanità pubblica, ma non siamo disposti a finanziarla. Come se il welfare potesse essere una collezione primavera-estate, lanciata da altri, indossata da noi.

In Veneto, terra di eccellenze sanitarie (e di viaggi da altre regioni per farsi curare a Padova o al San Bortolo), la frattura è visibile: ospedali attrattivi, ma medici di base in esaurimento. Nel bellunese, uno su tre considera la sanità il primo problema. Mentre a Vicenza il primario ti opera in 3D e salva neonati da tumori, il cittadino di montagna aspetta il sostituto del sostituto del medico. E intanto vota, spera, e si arrangia.

Fiducia nel digitale? Meglio il libretto delle analisi

Solo il 48% degli italiani usa strumenti digitali per la sanità. Gli altri preferiscono la carta. Il fax. O la fila davanti allo sportello. Non è nostalgia. È prudenza. Forse anche superstizione: un’app può sbagliare, il medico no. L’AI? Solo il 30% si fida della gestione dei propri dati da parte dello Stato. “Metteranno le mie cartelle in un cloud”, pensano in molti, “e poi chi se le riprende se piove?”.

La verità è che l’algoritmo ci affascina solo se predice il nostro futuro sentimentale, non se decide se ci spetta un bonus per l’assistenza a lungo termine. E questa, più che una debolezza tecnologica, è una sfiducia culturale. Troppo Stato inefficiente nel passato, troppo cloud nel futuro. Il cittadino si rifugia nel presente, con una certezza: pagare il meno possibile.

Il problema siamo noi. Ma anche loro

Chi ha governato, chi governa, chi governerà: tutti parlano di sanità, pochi ci mettono il bisturi. Il rischio è che i prossimi anni non siano quelli della transizione digitale, ma del ripiego analogico. Della sanità a due velocità. Del “fai da te” geriatrico. Con una popolazione che invecchia, e una politica che si affida ai sondaggi invece che ai demografi.

Eppure una strada esiste. Serve ricostruire la fiducia. Non con gli slogan, ma con i medici che non se ne vanno. Con ospedali che funzionano prima dei tagli. Con un fisco che dimostra che se paghi di più, ricevi di più. Con un’AI che aiuta, senza sembrare HAL 9000.

E forse, solo forse, l’italiano medio dirà: “Va bene, aumento pure il 2% delle tasse. Ma solo se mi fate diventare vecchio con dignità”.

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