di Redazione · Aprile 17, 2026
Oggi sciopera il personale della sanità convenzionata
Nella sanità italiana si fa finta, da qualche decennio, che il privato accreditato sia un ospite. Un ospite un po’ ingombrante, che si fa servire al tavolo del pubblico e di cui sarebbe meglio non parlare troppo forte. È una finzione comoda per una certa politica, perché permette di trattare come concessione ciò che la Costituzione – la più bella del mondo come è stata appellata nei salotti progressisti – definisce come principio. L’articolo 118 della Carta — quello che dopo la riforma del Titolo V ha messo nero su bianco la sussidiarietà orizzontale — non prevede ospiti: prevede soggetti che, insieme, concorrono a produrre servizi di interesse generale. In sanità questo significa che le cliniche accreditate non sono un’appendice del Servizio sanitario nazionale: ne sono parte integrante, ai sensi dell’articolo 8-bis del decreto 502 del 1992. Dimenticarlo, o fingere di dimenticarlo, ha un costo preciso. Quel costo lo pagano, oggi, diecimila lavoratori veneti che stanno scioperando.
Il testo con cui Vittorio Morello, presidente di AIOP Veneto, si presenta nel giorno dello sciopero nazionale è un documento da leggere con attenzione, e non soltanto per il tono — inusualmente dialogante per una categoria che da anni è costretta sulla difensiva. È un documento che mette in fila, con onestà, la catena dei nodi che nessuno, a Venezia come a Roma, ha finora avuto voglia di sciogliere. Il contratto collettivo della sanità privata accreditata è fermo al 2018: otto anni, tre rinnovi pubblici saltati per via di corsa laterale. Nelle RSA va peggio, si sta a quattordici. Nel frattempo le tariffe DRG sono rimaste quelle del decreto ministeriale del 2012 e i budget regionali riflettono un valore reale inchiodato al 2011. Si chiede agli stessi euro di comprare, oggi, il lavoro di un infermiere che nel frattempo deve pagare una spesa alimentare cresciuta di un terzo. Non torna. E non può tornare.
Morello lo dice con una frase che vale la pena rileggere: sarebbe come punire l’efficienza. Le 34 strutture AIOP venete producono oltre il venti per cento dei ricoveri regionali con il dieci per cento del fondo ospedaliero, e attraggono da sole più della metà della mobilità sanitaria attiva del Veneto. Sono numeri che raccontano un sistema produttivo che funziona, che attira pazienti da fuori regione, che sostiene la bilancia sanitaria del Veneto. Ed è un sistema che versa imposte allo Stato su quei ricavi: una parte delle risorse pubbliche che riceve le restituisce, per legge, sotto forma di fiscalità. Chiedere che le tariffe riflettano i costi reali non è una pretesa, è il presupposto minimo di un rapporto serio tra pubblico e privato accreditato. Negarlo equivale a dire che l’efficienza dev’essere gratuita, e che chi cura dev’essere contento di farlo in perdita.
C’è poi il merito della proposta che Morello mette sul tavolo, e che è quasi nascosta nelle ultime righe del comunicato — probabilmente perché è troppo seria per apparire in apertura. Agganciare l’aggiornamento tariffario a un indice ISTAT, con meccanismo automatico. È ciò che avviene per ogni altro contratto di lunga durata — affitti, appalti, pensioni — e la sua assenza in sanità è una bizzarria tutta italiana. Sarebbe una riforma di metodo, non di denaro: toglierebbe all’inerzia della politica il suo alibi preferito, cioè il dover ri-decidere tutto ogni volta, e restituirebbe alle parti sociali un terreno stabile su cui costruire i contratti. È la proposta più intelligente che si sia sentita, da parte datoriale, negli ultimi anni di vertenza, e merita di essere raccolta subito dal tavolo regionale.
Perché il punto, alla fine, è tutto lì. La Legge di Bilancio 2026 ha stanziato un miliardo per l’aggiornamento delle tariffe di ricovero e riabilitazione, destinato a salire a un miliardo e trecentocinquanta milioni dal 2027, con un incremento del sette per cento sui budget del privato accreditato. Il Governo Meloni ha fatto la sua parte: ha messo le risorse e ha riconosciuto la dignità del comparto. Quei soldi, però, devono essere tradotti in atti amministrativi dalle Regioni. E qui la macchina si inceppa: serve una delibera che ripartisca, serve un accordo con le aziende sanitarie, serve una presa di posizione politica. In Veneto, con la giunta Stefani appena insediata e Giancarlo Ruscitti tornato al vertice dell’Area Sanità e Sociale, i tempi sono maturi, le competenze ci sono, le risorse anche. Manca solo la decisione.
Se la sussidiarietà è un principio costituzionale serio — e lo è — allora il pubblico e il privato accreditato devono potersi guardare negli occhi da pari, con regole che funzionino per entrambi. Oggi non è così: il pubblico ha tariffe figurative ma contratti rinnovati, il privato ha contratti bloccati e tariffe altrettanto bloccate. Il risultato è un infermiere di Mestre che, a parità di mansioni col collega dell’Ulss, porta a casa cinquecento euro in meno al mese. Non è un incidente della storia, è il prodotto di un’architettura amministrativa che ha smesso di funzionare. Oggi, a Piazza Santi Apostoli, le rappresentanze di trecentomila persone stanno chiedendo sostanzialmente una cosa sola: che la parte pubblica renda il tavolo sostenibile, così che la parte datoriale possa finalmente firmare. Morello ha ragione a dire che la vertenza vera non è tra AIOP e i suoi lavoratori: è tra un sistema che vuole rinnovarsi e istituzioni che devono ancora decidere se starne dalla parte giusta. La sussidiarietà, quella vera, comincia quando le Regioni smettono di considerare il privato accreditato come un problema da tollerare e cominciano a trattarlo come ciò che è: un pezzo del servizio pubblico, con gli stessi doveri e gli stessi diritti dei suoi lavoratori.




