Il PNRR della sanità alla prova

di Redazione · Maggio 24, 2025

Uno studio fa il punto a livello nazionale e si scoprono dati interessanti anche sul Veneto

 

C’è qualcosa di terribilmente italiano nel destino che rischia di toccare alla Missione 6 del PNRR: i soldi ci sono, i bandi sono partiti, i cantieri – sulla carta – avanzano. Ma il cuore del piano, quello che doveva restituire respiro e dignità al Servizio sanitario nazionale dopo il trauma del Covid, semplicemente non batte. L’analisi dell’Ufficio parlamentare di bilancio (UPB) è uno di quei documenti che andrebbero letti a voce alta in aula parlamentare, come si fa con le lettere della Corte dei conti. Perché dice una cosa chiara: il rischio è che tutto resti incompiuto. Un’altra volta.

Le Case di comunità, gli Ospedali di comunità, la telemedicina, l’assistenza domiciliare, il fascicolo sanitario elettronico: le parole sono belle, i grafici sono ordinati, ma sotto, come spesso accade, c’è un vuoto. Un vuoto di personale, di governance, di coraggio. C’è un’Italia che firma gli appalti ma non riesce a trovare medici, che avvia i lavori ma non sa chi ci lavorerà dentro. Che costruisce i contenitori senza i contenuti.

E il Veneto?

Da questo punto di vista, fa storia a sé. I dati sono impietosi ma anche illuminanti. In una nazione che arranca, il Veneto – insieme a Emilia-Romagna e Friuli-Venezia Giulia – è la regione con il maggior numero di progetti conclusi e collaudati, con una quota di cantieri in fase avanzata ben oltre la media nazionale. A Vicenza, per esempio, la ristrutturazione delle ex sedi sanitarie per trasformarle in Case di comunità procede più rapidamente che altrove. Ma questa efficienza – che spesso viene presentata come merito esclusivo della Regione – non basta a proteggere l’altra faccia del problema: la solitudine operativa delle strutture.

Perché il tema vero è che anche qui, anche dove le opere si fanno, mancano i medici. Mancano gli infermieri. Mancano i giovani che scelgono di entrare nel SSN. Mancano i contratti attrattivi. Mancano i modelli organizzativi. Mancano i motivi, insomma, per crederci davvero.

E allora il rischio è quello di ritrovarsi con 1.000 Case di comunità che sono solo case vuote. O, peggio, vetrine da mostrare alla Commissione europea per incassare la rata successiva del PNRR, e poi chi si è visto si è visto. Ecco il vero rischio, il vero fallimento da evitare: la retorica del “tutto a posto” mentre la realtà resta quella di un cittadino che non trova un medico di base, di un anziano che aspetta mesi per una visita, di un paziente cronico che scopre che la telemedicina è un PowerPoint.

E mentre a Roma si continuano a fare convegni e cabine di regia, nelle regioni – anche in quelle più organizzate – ci si arrangia come si può, tirando la coperta corta di bilanci sotto vincolo. E qui torna a galla l’eterno nodo del nostro federalismo sanitario: competenze alle Regioni, responsabilità in capo a nessuno perchè le Regioni scaricano sullo Stato e viceversa.

Serve allora una parola scomoda e precisa: rischio di fallimento programmato. Perché se il Governo non sblocca assunzioni strutturali, se le Regioni non smettono di ragionare in ottica difensiva e se non si ricostruisce una visione condivisa della sanità pubblica come investimento e non come spesa, il risultato sarà scritto: tra due anni avremo le strutture, ma non i servizi.

Il rischio – dice l’UPB – è che la sanità torni ad essere quella di prima, solo con qualche edificio in più. È l’illusione ottica di un Paese che sa fare le inaugurazioni ma non sa fare sistema.

E allora, prima che arrivi il 2026 e la scadenza finale dell’Europa, qualcuno dovrebbe rispondere a una domanda semplice: a chi serve una Casa della comunità senza medici dentro? La risposta, questa volta, non può essere una tabella in PDF. Deve essere una scelta politica. E concreta.

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