di Arrigo Abalti · Aprile 3, 2026
La mobilità sanitaria è diventata una partita politica. E il Nord-Est la sta vincendo nonostante sé stesso
C’è un dato che nei corridoi del ministero della Salute qualcuno ha imparato a non leggere ad alta voce: 5,15 miliardi di euro. È la cifra record della mobilità sanitaria interregionale nel 2023, certificata dal Rapporto Gimbe. Non è solo un numero. È la mappa di un’Italia che si muove — da Sud a Nord, dai reparti sottodotati alle corsie che funzionano — e che, nel farlo, redistribuisce risorse, consenso e potere.
Il Veneto sta sull’altro lato di quella mappa. Terzo in classifica per saldo attivo, con 535 milioni di crediti verso altre regioni e un attivo netto di 212 milioni. Prima di lui, Lombardia ed Emilia-Romagna. Insieme, i tre territori raccolgono il 95% del saldo positivo dell’intera mobilità nazionale. Una concentrazione che non è geografica: è sistemica. Ed è, soprattutto, paradossale. Perché il Veneto ottiene questi risultati nonostante la propria classe politica. Non grazie ad essa.
Il punto non è solo il saldo. È come quel saldo viene costruito. E, soprattutto, in quale clima politico.
A livello nazionale, un euro su due speso per ricoveri e prestazioni specialistiche fuori regione finisce al privato convenzionato: 1,966 miliardi, il 54,5% del totale. In Lombardia la quota sale al 71%. In Molise supera il 90%. Per il Veneto, invece, il dato disaggregato non compare nelle sintesi pubbliche del Rapporto Gimbe. Non è un caso. È una scelta — di chi pubblica, di chi governa, di chi preferisce non dover rispondere a quella cifra. In un sistema sanitario dove la politica si misura sui numeri, il numero che non si dice è sempre il più interessante. La stima ragionevole — basata sul peso di strutture come Negrar, la Pederzoli e il Sacro Cuore, bilanciate dal polo universitario pubblico di Padova e Verona — colloca la quota veneta del privato sulla mobilità attiva intorno al 35-45%. Una forbice che nessuno vuole restringere ufficialmente, perché farlo significherebbe dover scegliere da che parte stare. E in Veneto, su questo, nessuno ha ancora scelto.
Il centrodestra regionale incassa i risultati in silenzio — un silenzio che non è prudenza tattica, ma imbarazzo ideologico. Come se la sanità privata convenzionata fosse una cosa di cui beneficiare senza ammetterlo, un alleato da tenere nell’ombra per non turbare equilibri che nessuno ha il coraggio di rimettere in discussione apertamente.
Dall’altra parte, a riempire quel vuoto, c’è Andrea Crisanti. Il senatore del Pd — virologo di fama mondiale, eletto in Veneto su un’onda emotiva post-pandemica — ha trasformato la sanità privata convenzionata nel suo bersaglio preferito. La sua visione è nota, e coerente: un sistema sanitario tutto pubblico, centralizzato, verticale. Una sanità alla coreana, verrebbe da dire. Corea del Nord, si intende. Dove lo Stato decide chi cura, come cura e quanto cura, e il privato non ha diritto di cittadinanza nel perimetro del bene comune. È una posizione netta, almeno. Ha il pregio della chiarezza, anche quando i numeri la smentiscono con la stessa chiarezza.
Perché i numeri raccontano un’altra storia.
Prendete Peschiera del Garda. La Pederzoli — Casa di Cura privata accreditata, un nome che nell’ambiente della chirurgia cardiovascolare e ortopedica ha un peso specifico riconoscibile ben oltre i confini regionali — attrae pazienti da fuori Veneto con patologie ad alta complessità. Non è un caso isolato. È uno dei casi più istruttivi del modello veneto: struttura privata, integrata nel SSN attraverso le convenzioni, capace di offrire livelli di assistenza che il pubblico — per carenza di organici, per blocchi del turnover, per rigidità burocratiche sedimentate in decenni di gestione politica — non riesce più a garantire con continuità. La Pederzoli non sostituisce il pubblico: lo completa. E lo fa senza sussidi straordinari, senza protezioni politiche, spesso anzi nonostante una burocrazia regionale che non ha mai davvero scelto da che parte stare.
Stessa logica a Verona, con Negrar — struttura dei Poveri Servi della Divina Provvidenza — che attrae il 32% dei ricoveri dall’esterno della regione, lavora con l’Oms sulle malattie infettive e tropicali, riceve i casi più complessi da tutto il Paese. Numeri da hub universitario, reputazione costruita senza che nessuna giunta regionale si sia mai alzata in piedi a rivendicarne il modello come proprio.
È qui il paradosso veneto. Una sanità privata convenzionata che produce eccellenza, genera saldo attivo, attrae pazienti da regioni che il sistema pubblico ha lasciato sguarnite — e che lo fa in un contesto politico che non la difende, non la promuove, non ne fa bandiera. Il centrosinistra la combatte in nome di un’ideologia che i dati contraddicono. Il centrodestra la tollera in silenzio, incapace di trasformare i risultati in una proposta culturale, forse perché anche al suo interno il riflesso statalista è più radicato di quanto si voglia ammettere.
Nel mezzo, i pazienti. Quelli che arrivano dalla Calabria, dalla Campania, dalla Sicilia e trovano a Peschiera, a Negrar, a Treviso ciò che il loro sistema sanitario regionale non è riuscito a costruire. Non li ha mandati nessun piano strategico. Li ha mandati la necessità.
La vera domanda, che Gimbe pone nei numeri e la politica evita nelle risposte, è questa: quanto può durare un’eccellenza che nessuno rivendica?
Un sistema che funziona nonostante il contesto politico, non grazie ad esso, è un sistema fragile. Regge finché regge la qualità dei singoli — le direzioni sanitarie, i primari, le congregazioni religiose che gestiscono ospedali storici, gli imprenditori privati che hanno scelto di investire nella cura. Ma senza una politica regionale che lo riconosca, lo tuteli, lo finanzi adeguatamente attraverso tariffe convenzionali aggiornate e tetti di spesa non punitivi, quel sistema consuma sé stesso.
Crisanti lo sa, e punta su questo: aspettare che il privato convenzionato si esaurisca da solo sotto il peso delle convenzioni inadeguate, per poi dire che il pubblico è l’unica soluzione possibile. È una strategia di logoramento, non una proposta sanitaria. Il centrodestra veneto, che potrebbe smontarla con i dati, preferisce non rispondere. Anche questo è una scelta. Di quelle che si pagano, prima o poi, in punti di saldo attivo.
E in dati che continuano a non essere pubblicati.
In Veneto la sanità privata convenzionata è come il Brenta in piena: porta acqua a tutti, tiene in piedi le fondamenta, e nessuno vuole spiegare da dove viene. Basta che scorra.



