Il Veneto cura gli altri. Chi cura il Veneto?

di Arrigo Abalti · Aprile 7, 2026

Il Veneto incassa 212 milioni dalla mobilità attiva e ne perde 163 per quella passiva. La differenza si chiama programmazione

 

I numeri ufficiali si fermano al 2023. AGENAS, l’agenzia nazionale che monitora i flussi sanitari interregionali, non ha ancora presentato i dati del 2024: l’appuntamento di dicembre è saltato, e il Quaderno “Edizione 2024” pubblicato a luglio 2025 elabora ancora l’anno precedente. È un ritardo che dice già qualcosa sullo stato delle istituzioni sanitarie nazionali. Ma i dati disponibili sono sufficientemente eloquenti.

Nel 2023 la mobilità sanitaria interregionale in Italia ha raggiunto 5,15 miliardi di euro, record assoluto. Circa metà degli incassi derivanti dall’aver curato pazienti non residenti va a tre sole regioni: Lombardia (23,2%), Emilia-Romagna (17,6%) e Veneto (11,1%). Il Veneto chiude con un saldo attivo di 212 milioni di euro. I pazienti arrivano, le risorse restano. Fin qui, la fotografia lusinghiera.
Poi ci sono i numeri che meritano una lettura più attenta.
Oltre un euro su due speso per ricoveri e prestazioni specialistiche erogate fuori regione viene incassato dalla sanità privata convenzionata: 1.966 milioni contro 1.643 milioni delle strutture pubbliche. In Veneto il 55,8% dei ricoveri in mobilità è erogato dal privato accreditato, che con appena il 16,5% dei posti letto copre il 45% dell’intera mobilità extraregionale regionale. Per capire cosa questo significa in concreto, è necessario mettere a confronto le eccellenze — pubbliche e convenzionate — che reggono la reputazione sanitaria del Veneto fuori dai confini regionali.

Le eccellenze pubbliche. L’Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata di Verona è il riferimento più citato: oltre 40mila ricoveri ordinari l’anno nei suoi 1.339 posti letto, 39.459 interventi chirurgici, con 6.698 pazienti (il 16,8%) provenienti da fuori Veneto. Il Sole 24 Ore la inserisce tra i 21 “super ospedali” nazionali per complessità dei casi e capacità di attrazione. Nel 2024 ha raddoppiato gli interventi chirurgici mininvasivi robotici — da 560 a 1.008 — ed è pioniera nella Car-T per le terapie oncologiche avanzate. L’Azienda Ospedale-Università di Padova è il secondo polo pubblico di riferimento nazionale: sede di quattro tipologie di trapianto, ospita l’Istituto Oncologico Veneto ed è sede del Punto di Contatto Regionale per l’assistenza sanitaria transfrontaliera.

Le eccellenze convenzionate. Il Sacro Cuore Don Calabria di Negrar — IRCCS, 549 posti letto accreditati, 31.500 ricoveri e 1,5 milioni di prestazioni ambulatoriali nel 2024, 2.200 collaboratori tra cui oltre 300 medici — è il quinto ospedale veneto per ricoveri da fuori regione, con oltre 30mila pazienti l’anno. Nel 2025 il 31,6% dei suoi ricoveri riguardava pazienti di altre regioni, con punte del 68,5% per la chirurgia dell’endometriosi, del 58,5% per la chirurgia protesica ortopedica, del 49,5% per la toracica oncologica. Come l’Aoui, anche il Sacro Cuore figura tra i 21 “super ospedali” del Sole 24 Ore. L’ospedale Pederzoli di Peschiera del Garda — 310 posti letto, 38.000 accessi annui al pronto soccorso, 17.000 interventi chirurgici l’anno, oltre il 35% di pazienti da fuori regione — è centro regionale di riferimento per la chirurgia della mano, hub provinciale per le reti cliniche dell’infarto e dell’ictus, tra i primi centri nazionali per chirurgia pancreatica secondo AGENAS. Collabora scientificamente con l’Istituto del Pancreas dell’Aoui di Verona.

Il confronto. I numeri raccontano due realtà complementari, non antagoniste. L’Aoui di Verona attrae il 16,8% dei propri ricoveri da fuori regione; il Sacro Cuore di Negrar il 31,6%; il Pederzoli oltre il 35%. La differenza non misura la qualità — tutte e tre figurano tra le eccellenze nazionali — ma la struttura del modello organizzativo. Il pubblico presidia la complessità universitaria, l’emergenza-urgenza e i grandi programmi di trapianto. Il privato accreditato ha selezionato le proprie specializzazioni con precisione, concentrandosi sui DRG ad alta complessità che generano mobilità attiva. Il risultato è che le strutture private accreditate gestiscono circa i tre quarti delle prestazioni di alta complessità in mobilità, ma anche sulla media complessità rimangono più attrattive rispetto al pubblico.

Il rovescio della medaglia. C’è però un dato che il Sole 24 Ore non cita, e che complica il ritratto dell’oasi. Mentre il Veneto attrae pazienti complessi da tutta Italia, i propri cittadini emigrano verso il Trentino — e non per cure di alta specializzazione, ma per riabilitazione ortopedica. Dai dati ufficiali forniti dalla Regione dopo una richiesta di accesso agli atti, nel 2023 sono stati 424 i pazienti veronesi ricoverati ad Arco di Trento per ortopedia e riabilitazione; nei primi nove mesi del 2024, altri 285. La causa è documentata:  la Regione non ha, inspiegabilmente, attivato i circa mille  posti letto di riabilitazione, che fanno stare il Veneto sotto lo standard nazionale per gli (o,7 vs 0,4) e generando un vuoto che il Trentino ha semplicemente riempito. La mobilità passiva veneta nel 2024 è costata alla Regione circa 163 milioni di euro, diretta prevalentemente verso Emilia-Romagna e Lombardia, con il Trentino che emerge specificamente nel segmento riabilitativo. Il Trentino, peraltro, replica lo stesso schema veneto — mix virtuoso tra eccellenze pubbliche e privato accreditato, risorse autonome, programmazione puntuale — ma con minori vuoti di offerta.
Il paradosso è preciso: il Veneto eccelle nell’attirare chi cerca un intervento complesso, e fallisce nel trattenere chi ha bisogno di rimettersi in piedi dopo quell’intervento. L’alta complessità genera saldo attivo e reputazione. La riabilitazione genera silenzio e fatture verso altre regioni.

La strada. Il sistema misto veneto — pubblico e privato accreditato integrati in una rete selezionata per qualità — è un patrimonio che vale la pena proteggere, non smontare né ideologizzare. Funziona, i numeri lo dimostrano, e il confronto con il resto d’Italia lo conferma. Ma proteggerlo non basta. La sfida per il nuovo assessore Gerosa e per il presidente Stefani è espandere l’offerta insieme al privato convenzionato nei segmenti dove la domanda veneta oggi emigra: riabilitazione, ortopedia post-acuzie, lungodegenza. Non per inseguire un primato, ma per una ragione più semplice: è incoerente attrarre pazienti da mezza Italia e non riuscire a tenere i propri. Un saldo attivo di 212 milioni di euro è un risultato. Un’uscita di 163 milioni è un problema risolvibile. La differenza, tra i due numeri, si chiama programmazione.

 

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